1917 2017 la russia che è stata e quella che sarà

Nei diari inediti di Solženicyn la linea del cuore tra bene e male

Tra i tanti eventi annunciati in occasione del centenario della rivoluzione del 1917 c’è la pubblicazione dei diari che Solženicyn tenne dal 1960 al 1991, parallelamente alla stesura della Ruota Rossa, cioè di quella storia della rivoluzione che lui stesso considerò l’opera della vita, più importante ancora, a suo modo di vedere, dello stesso Arcipelago Gulag.

Come sappiamo dai frammenti fin qui pubblicati e dalle testimonianze di chi ha già potuto vedere questi materiali (la cui pubblicazione è stata a lungo rimandata), si tratta di osservazioni e note varie, relative alla composizione del romanzo, alle sue fonti (oltre duemila titoli) e alle sue caratteristiche. Così abbiamo i suoi giudizi sulle fonti utilizzate, sulle testimonianze personali, sulle memorie, sulle cronache di giornale e poi sui modi di organizzare e di raccontare artisticamente questo materiale così variegato, sull’impressione che gli lasciava il lavoro fatto e quello da fare. In una parola si tratta ancora del romanzo, ma questa volta condensato in una sorta di summa che in un volume dovrebbe raccontare la storia di un’opera che nella prima edizione occupava dieci grossi volumi.

E allora, forse la sua lettura ci suggerirà qualcosa di essenziale e utile non solo agli specialisti: che la Ruota Rossa è costruita propria su questa sinfonia di voci, che non sono soltanto quelle dei vari protagonisti che dai loro diversi punti di vista ci raccontano i diversi nodi centrali della storia della rivoluzione; perché, accanto a questa pluralità di voci, in fondo tipica di ogni romanzo, c’è la pluralità dei modi di raccontare, così che abbiamo capitoli romanzeschi, ovviamente, ma anche capitoli costruiti come diari privati o come cronache giornalistiche, o ancora come sceneggiature cinematografiche o come capitoli di un classico libro di storia; e così è la lingua, infinitamente multiforme e sorprendente, per dar voce a un autore che non rinuncia a credere nella verità e a dire la sua verità, in un mondo che ne ha perso e spesso rifiutato l’idea stessa; e tuttavia non ce la dice più come le vecchie ideologie, imponendocela come qualcosa che lui pretende di possedere, ma offrendocela come qualcosa che in ogni momento va riscoperto, riguadagnato e approfondito.

Come la moglie di Solženicyn diceva già una decina d’anni fa, parlando di questi diari, essi ci danno l’immagine di una persona ben diversa da quella che una certa critica si è esercitata a presentarci: non è un profeta corrucciato e intollerante, ma un uomo che ha dubbi e domande ed è disposto ad ascoltare le ragioni degli altri e a dar loro voce anche se non la pensa come loro e se gli sono antipatici o addirittura nemici, permettendo a ciascuno di loro di diventare «l’avvocato di se stesso», siano essi Nicola II o lo stesso Lenin. Tale è nei diari, tale è nel romanzo e nella sua sinfonicità di voci e di metodi, ma tale in fondo è lui stesso, persino in un testo apparentemente così monolitico come l’Arcipelago, un testo che troppi hanno ridotto a uno strumento di lotta politica, là dove lo stesso Solženicyn aveva avvertito chi la pensasse in questo modo che avrebbe fatto meglio a quel punto a chiudere pure il libro, perché, aveva scritto, «Se fosse così semplice! Se da una parte ci fossero uomini neri che tramano malignamente opere nere e bastasse distinguerli dagli altri e distruggerli! Ma la linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ognuno».

La riscoperta dell’irriducibilità di questo cuore, del cuore di ogni uomo, è quello che ha fatto la grandezza di Solženicyn e quello che va riscoperto in ogni suo testo.

*Docente di lingua e letteratura russa alla Cattolica di Milano, è stato direttore dell’Istituto di cultura italiana a Mosca ed ha curato le opere dei maggiori autori russi del Novecento


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