1917 2017 la russia che è stata e quella che sarà

La verità è che la rivoluzione uccise avanguardia e letteratura

Francesca Sforza a colloquio con Serena Vitale.

In molti abbiamo negli occhi quella scena di Ottobre, il film del regista russo Sergei Ėjzenštejn, con il popolo armato e rabbioso che dà l’assalto al Palazzo d’Inverno, a Pietrogrado, residenza dello zar Nicola II. Una di quelle scene di massa che entrano nell’immaginario collettivo con la potenza di un proiettile, e lì restano. «Ecco, non è vero niente - ci dice Serena Vitale, slavista grande e appassionata –. Al Palazzo d’Inverno quel giorno i portoni erano aperti, perché i guardiani si erano dimenticati di chiuderli. E la folla in realtà era un manipolo di marinai, qualche contadino e i rappresentanti dei soviet, più una piccola adunata di passanti che per prima cosa, una volta entrati a Palazzo, si diressero verso le cantine e si ubriacarono come matti». Per non parlare dell’incrociatore Aurora, che ancora oggi viene visitato come luogo simbolo, e i cui cannoni avrebbero sparato il colpo di inizio della rivoluzione. «Figuriamoci – dice ancora Vitale –. Era un vecchio attrezzo già allora, usato per dare il segnale orario, avrebbe sparato comunque, si trattava di una consuetudine marinaresca», niente premeditazione insomma. C’è stata tanta retorica sull’ottobre 1917, e da quella retorica sono nate tante menzogne: «L’unica vera rivoluzione fu quella borghese del febbraio, l’altro fu un colpo di stato facilitato da guardiani sciocchi e dalla nobiltà d’animo di ministri e notabili che si consegnarono senza opporre resistenza».

Anche l’associazione tra avanguardia e rivoluzione non è corretta, se si ha la pazienza di guardare agli anni in cui le cose accaddero. «Sono stata tra l’altro la prima colpevole, avendo curato da giovane un libro che si intitolava proprio così, Avanguardia e Rivoluzione, ma la periodizzazione storica ci dice un’altra cosa». Dice che i grandi scrittori russi, quelli che associamo agli anni del fervore rivoluzionario – Majakovskij, Pasternak, Esenin, Mandelstam – erano nati e si erano formati prima e fuori da quell’esperienza. «Majakovskij è un caso a sé – spiega Vitale, che all’autore russo ha dedicato Il defunto odiava i pettegolezzi (Adelphi) - lui si identificava con la rivoluzione, ma era una questione di egocentrismo, il tema per lui non era “la rivoluzione”, ma “Io, la poesia e la rivoluzione”... Se però parliamo di rivoluzioni letterarie, non dobbiamo pensare al 1917, ma andare a cavallo tra Ottocento e Novecento, prima con il decadentismo e poi con il simbolismo». Il momento chiave è stato l’uscita dallo strapotere del grande realismo russo – Tolstoj muore nel 1910 – e l’inizio di una maggiore attenzione alla parola. «È da lì che sono nati tutti, persino i manifesti futuristi di Larionov e Goncarova risalgono all’arco 1907-1913, non sono stati un portato della rivoluzione».

Alla rivoluzione restarono i poeti encomiastici e i cantori d’occasione, perché non bastava desiderare l’emancipazione del popolo per dar vita a una nuova letteratura. «Il primo congresso degli scrittori – racconta ancora Vitale - fu organizzato con la buona intenzione di riportare la pace tra coloro che avevano preso il potere nella società letteraria – gli scrittori proletari – e gli scrittori veri, a molti dei quali era stata distrutta la vita (Achmatova, Cvetaeva, lo stesso Majakovskij). Pasternak era contento, ma poi il vecchio Gorky , che pure aveva scritto le cose migliori prima della rivoluzione, rovinò tutto». Lo scrittore, recitava il nuovo diktat - doveva diventare un ingegnere di anime, e tutto ciò che non corrispondeva alla formula realismo nei contenuti e socialismo negli ideali sarebbe stato visto con sospetto. «Ma così si uccide la letteratura».


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