1917 2017 la russia che è stata e quella che sarà

La mia vita per uno splendido avvenire

In tutto questo subbuglio, la linea del mio ragionamento era semplice. Stabilii di non continuare gli studi mentre il potere dei soviet era in pericolo e la patria attaccata su tutti i lati da nemici. Dovevo fare la mia parte per salvarla, difenderla con un fucile in mano. Decisi di arruolarmi come soldato nell’esercito rosso, e presentai la mia domanda al comandante del distretto di Kiev. Egli mi ascoltò con amabilità e simpatia e poi ordinò al suo segretario di arruolarmi. «Siete membro del partito?», mi chiese mentre me ne andavo. «Dovete iscrivervi al partito ora. Sarete doppiamente utile come membro del partito. L’Esercito rosso ha bisogno di combattenti convinti». La sera raccontai a Levine che ero volontario nell’esercito e quello che mi aveva detto il commissario. Il mio amico fu dello stesso parere.

«Il commissario ha maledettamente ragione», disse. «Dovresti entrare subito, ora, nel Partito bolscevico. Hai già lavorato duramente per la causa sovietica, ed ora stai per partire per il fronte. Nessuno può rimanere in una posizione intermedia in questa crisi. Tu devi marciare fino in fondo con noi. Io raccomanderò il tuo nome al comitato del Partito di Kiev».

A quel tempo la procedura per diventare membri del Partito bolscevico era lunga e piena di formalità. Erano necessarie referenze fornite da due membri. Vi erano due stadi preliminari, ognuno di sei mesi, nei quali si figurava prima come “simpatizzante” poi come “candidato”. Soltanto dopo trascorsi tutti e due, in modo soddisfacente si godeva il pieno diritto di membro.

Levine mi condusse da Michele Tcerny, segretario dell’organizzazione a Kiev. In una stanza, piena di nuvole di fumo di sigarette, io mi trovai davanti ad un amabile uomo, dalla fronte alta, e dai capelli ricciuti, che portava un camiciotto ricamato. Mi guardò un momento con un sorriso sulle labbra.

«Giacché avete traversato le linee due volte al servizio dei soviet - disse - vi ammetterò senza le usuali formalità. E ricordate questo: il bolscevico è prima di tutto un combattente, dopo ciò è un agitatore; terzo deve cercare sempre di essere un esempio».

Così, ora ero un bolscevico. Ero orgoglioso di essere stato riconosciuto degno di fiducia. Ero destinato a contare qualcosa nella Rivoluzione. Sentii di essere sulla soglia di una nuova vita che prometteva molti ed eccitanti pericoli.

(...) Il mio reggimento mi aveva considerato perduto e stava per levare il campo quando feci la mia apparizione con il mio bottino: trenta carri carichi di vettovaglie. Io e miei quattro soldati fummo ricevuti con acclamazioni giacché i rifornimenti erano quasi esauriti. Il comandante esaminò il carico tenendo le mani sui fianchi e il suo commento fu: «Bene, che io sia maledetto!»

Poco dopo la mia promozione, sorse un problema che mi preoccupò: come commissario di un battaglione ero pagato tremila rubli al mese, tanto quanto il comandante. La prima volta che intascai la somma, come entusiasta recluta del Partito, sentii la coscienza rimordermi. Potevo io accettare un tale privilegiato trattamento quando un soldato semplice percepiva solo centocinquanta rubli? Non ebbi difficoltà a persuadere gli altri comunisti del reggimento che era nostro dovere rifiutare pubblicamente un tale favoritismo. Il commissario politico della brigata però ci biasimò per avere discusso le decisioni adottate dal Partito nei riguardi di noi specialisti. «Fra qualche anno - ci disse - quando avremo istruito un corpo di ufficiali comunisti e messo il regime socialista su solida base, allora introdurremo l’eguaglianza!».

Mentre ero al fronte, qualche tempo dopo, fui raggiunto da una triste lettera di mia madre. Essa non mi poteva comprendere. Invece di sentirsi orgogliosa di avere un figlio che combatteva con l’Esercito rosso ed era già commissario, essa mi rimproverava. «Smetti di fare lo stupido - mi scriveva - e vieni a casa. I tuoi due fratelli sono stati uccisi. Non ti pare abbastanza? Se morirai, sarà senza una buona ragione, e io rimarrò priva di qualsiasi sostegno. Dovresti pensare un po’ di più a me...».

Risposi risentito che i miei due fratelli erano caduti al servizio dell’imperialismo, che aveva dichiarata una guerra ingiusta, nelle file di un esercito di oppressori; mentre io, se dovevo versare il mio sangue, sarebbe stato nell’Esercito rosso dei lavoratori che combatteva per la liberazione del mondo oppresso. Se la morte mi avesse ghermito avrei dato la mia vita per uno splendido avvenire. Le chiedevo di cercare di comprendermi e di darsi di tutto cuore alla causa della Rivoluzione.

Avevo solo diciannove anni.


[Numero: 64]