staccate il wifi voglio scendere

Va bene giocare con tablet ma i bambini crescono riempiendosi le tasche di sassi

Un bottone spaiato, un ramoscello storto, la piuma di un uccello rimasta attaccata alla carta di una caramella zuccherosa. Le tasche dei nostri bambini sono pieni di oggetti senza senso che le sorelle Agazzi, pedagogiste rivoluzionarie di fine 800 chiamavano “cianfrusaglie senza brevetto”. Gli ispettori scolastici sequestravano questo bendidio ai bambini ripulendo le loro saccocce, le due maestre invece ne fecero preziosi strumenti di insegnamento: ogni sasso portava dentro di sé un’avventura che i bambini potevano inventare e raccontare senza annoiarsi seduti sui banchi.

Oggi, come nell’800, i bambini non hanno smesso di accumulare tesori dentro tasche spesso svuotate da tate indaffarate e ignorate da genitori distratti. Perché nell’epoca del tablet sono ancora attratti da sassi , conchiglie e costruzioni?

La materialità ha una sua potenza attrattiva che il mondo digitale non cancella. Lavoro nelle scuole e so che se predisponi uno spazio per giocare con materiali tridimensionali, la magia degli oggetti presenta subito tutta la sua forza. È il richiamo antico dell’homo faber: costruire delle cose ci cala dentro la vita, non è la relazione bidimensionale tra il bambino e il tablet, ma sei tu il personaggio reale e lo sei con tutto il corpo, un tipo di stimolazione intensa e unica. L’oggetto in sé, qualunque esso sia, mette il bambino in contatto con quel mondo da cui arriva, lo ha in mano e lo governa. Ecco perché i piccoli sono così affascinati dal collezionismo, è un modo di avere a che fare con la materialità: imparano il valore, lo scambio, l’esclusività del pezzo raro. Si potrebbe fare una matematica bellissima a partire dalle figurine ad esempio, oppure imparare la scienza stando fisicamente dentro l’orto.

La materialità può essere la strada maestra per stimolare l’attenzione dei nativi digitali?

Assolutamente. Mai come ora, l’oggetto concreto è un mezzo potente per destare l’interesse dei bambini uscendo dall’apprendimento tramite trasmissione frontale fatto di orale e ascolto: prima le cose, poi le parole (così diceva Comenio). Citando, in sintesi, Maria Montessori, la mano è l’organo dell’intelligenza e il bambino scopre il mondo attraverso le mani, si mette al lavoro il tatto, è il corpo che ci permette di stare nel mondo attraverso questo senso. Che poi il tatto, spesso lo dimentichiamo, è un senso che viene utilizzato anche dal digitale, tramite dito, il tocco, ci muoviamo con lo schermo.

Dunque ci può essere alleanza tra i due mondi?

La materialità permette una conoscenza e un apprendimento più profondi perché appunto impariamo attraverso il tatto e l’intero corpo sperimenta l’esplorazione e l’insegnamento. Questa prima parte della conoscenza va integrata e completata con un processo di riflessione e di astrazione. E qui il digitale ha la sua funzione, è uno strumento validissimo, perché ha immagini chiare, connessioni veloci, permette la sintesi, rafforza l’intero processo. I nostri figli hanno la grande fortuna di stare dentro un’era che ha portato a enormi cambiamenti comunicativi e di linguaggio. Come ogni innovazione, in una prima fase è accolta con paura, è demonizzata. Nel passato l’abbiamo visto con la televisione. In realtà, il digitale ha una grande potenzialità a patto che nel contempo, i bambini mantengano, a scuola e in casa, sempre un contatto diretto con la materia e con gli oggetti.

Anche noi genitori siamo chiamati ad aiutarli a non perdere contatto con la materia?

Anche. Lasciarli correre all’aperto e essere meno spaventati fa bene a noi e a loro. Sta crescendo una generazione senza ginocchia sbucciate. E chiediamoci quante volte è l’adulto che frena il bambino e preferisce lasciarlo seduto. E però un bambino non va lasciato da solo né davanti a un computer né in un parco. Tanto vale vestirsi e uscire, e imparare (anche) correndo.

Intervista a cura di Alessandra Di Pietro


[Numero: 63]