staccate il wifi voglio scendere

Sono hipster, cara nonna ti spiego

Domenica sono andato a trovare mia nonna. Stavamo parlando quando mi ha iniziato a fissare e mi ha chiesto: «Ma che strano maglione hai?». Avevo uno di quelle maglie di lana grossa, colorata con trame vagamente natalizie. «È hipster, nonna!». «Di Lipsia?» domanda confusa. «Ora ti spiego». Le abbiamo già insegnato parole come Facebook, Halloween e WhatsApp; ce la farò anche con questa.

«Nonna, hipster è la moda che va adesso tra noi giovani. Sono quelli con la barba o i baffi arricciati, le camicie a quadri, gli stivali o le scarpe da ginnastica. Le magliette sono un po’ larghe e devono sempre avere tre bottoni sul colletto. Tipo il pigiama che mi ha regalato la zia l’anno scorso: lo uso d’estate per uscire la sera ed è perfetto. Ci sono anche le ragazze così, loro mettono vestiti a pois, camicie attillate abbottonate fino al collo o gonne a righe.

E poi tutti hanno gli occhiali, anche a costo di usare le lenti neutre! Ma non è solo una questione di moda. Secondo me compensiamo l’incertezza con lo stile e la precarietà con il vintage. È francese, nonna. Siamo nostalgici di epoche mai vissute. Se ci pensi: abbiamo studiato anni e anni, abbiamo lauree ed Erasmus sulle spalle. Per un attimo abbiamo visto le porte del mondo spalancate sul futuro. Poi sono arrivati i compromessi e abbiamo capito che non siamo così speciali. Vorremmo tutti essere artisti pieni di personalità: vorremmo saper scrivere, fare le foto, ricamare, disegnare e cucinare organico. E poi finisce che torniamo a casa, in provincia, a gestire la pagina Facebook a un’azienda di rubinetti e bidet.

Ecco, gli hipster si piangono un po’ addosso. Siamo dei bambinoni. Ci piace tutto quello che non è conosciuto da nessuno, così da essere i primi a scoprirlo: un gruppo musicale dal nome strano, una spezia, un parco della città… Per esempio, ecco: a un hipster non piace Londra, come agli altri, preferisce i quartieri periferici, come Hackney. O addirittura altre città. Ti ricordi quando vivevo a Bristol, no? E quando ti ho portato quel telefono con la tastiera a disco dal mercatino delle pulci di Berlino Est?

In quei posti là è pieno di hipster, altroché qui in Friuli. E figurati in America, dove la moda è nata in alcuni quartieri di New York. E laggiù sono molto più strani: fumano le pipe e vanno in giro con i monocicli a forma di unicorno. E se gli parli dicono sempre: «ma certo che no, io non sono un hipster». Perché questa è l’unica regola: anticonformista e incerti anche nella definizione. Negare e negarsi sempre che qualcosa ci piaccia davvero.

Mi fermo dopo aver parlato per dieci minuti, gesticolato e controllato il telefono un paio di volte. Guardo la nonna e le dico: «Capito?». Lei si sveglia e mi fissa. Mi si avvicina, mi accarezza la guancia e mi dice «Ma stavi così bene quando non avevi tutta quella barba!».


[Numero: 63]