staccate il wifi voglio scendere

Scelte meditate e consapevoli con il ritorno dell’analogico si riscopre il gusto per l’errore

Nel Regno unito non si vendevano così tanti dischi dal 1991: 3,8 milioni di copie allora, 3,2 milioni nel 2016. E nella prima settimana di dicembre, complice anche lo shopping prenatalizio, il valore degli acquisti del vinile ha superato quello dei download a pagamento. Anche negli Stati uniti il mercato è in espansione, da meno di un milione di album nel 2006 a oltre 13 milioni nel 2016.

Economicamente il dato complessivo rimane marginale rispetto alla crescita dello streaming, tuttavia il revival del vinile è segno di un ritrovato interesse verso il mondo analogico. Non è tanto una questione di suono, perché un giradischi economico non suonerà meglio di una scheda audio, un convertitore, un lettore di rete o un compact disc di pari prezzo. E uno di qualità più elevata non farà altro che riprodurre fedelmente un segnale nato, elaborato e registrato in forma digitale.

Il vero fascino del vinile sta semmai in un modo diverso di vivere la musica, fatto di scelte consapevoli e ritmi lenti: venti, venticinque minuti di canzoni, poi silenzio. Si solleva la puntina, si sposta il braccio, si cambia facciata, si comincia di nuovo. Un rito vecchio di decenni, che in Italia anche i giovani stanno riscoprendo (secondo Ipsos Connect, il 29 per cento dei ragazzi tra 16 e 24 anni ha ascoltato almeno un vinile negli scorsi sei mesi).

Da un mondo all’altro

Per diventare digitale, un suono deve essere sezionato, scomposto, atomizzato. I primi strumenti professionali di registrazione digitale risalgono all’inizio dei Settanta, tuttavia la tecnologia diventa popolare solo con la nascita del compact disc (1982). Qui il segnale originale analogico è analizzato 44.100 volte al secondo, la sua ampiezza viene misurata e definita con un valore tra 0 e 65.536 (216). Ne deriva una quantità di dati folle per gli anni Ottanta, ma che oggi non basta a riempire una chiavetta Usb da pochi euro. Senza contare che esistono vari modi per ridurre lo spazio occupato dai dati, ad esempio utilizzando il formato Mp3 che però taglia irrimediabilmente alcune parti del segnale. La tecnologia però ha fatto progressi anche nella qualità sonora, e oggi è possibile ascoltare a casa o in movimento una copia perfetta del master dello studio di registrazione. L’idea è la stessa della stampa digitale o degli schermi lcd, dove la densità dei punti è cresciuta tanto che nelle immagini su carta e su display i pixel a occhio nudo sono indistinguibili. Non solo nelle fotocamere, ma anche al cinema la pellicola non esiste più, sostituita da file video ad altissima risoluzione.

Perfezionare l’analogico comporta invece costi notevoli: è un mercato di nicchia destinato a pochi appassionati, dove sono in gioco tolleranze meccaniche bassissime. E rimane legato al mondo fisico, di cui è appunto un’analogia: un solco tanto più è profondo quante più note basse contiene, una pellicola riproduce un’immagine uguale e contraria rispetto all’originale.

Il digitale invece è indifferente al supporto: che siano suoni o immagini, nella memoria di un computer sono registrati sequenze di uno e zero; è necessario portare di nuovo i dati nel mondo analogico per poterli vedere e sentire. Per farlo esistono algoritmi e apparecchi, e formati e standard, ma anche questi mutano col tempo, così oggi possiamo leggere pergamene vecchie di millenni, ma non è detto che saremo capaci di decifrare un file Word fra vent’anni.

Liberato dal supporto fisico, il contenuto digitale supera poi anche il meccanismo dell’acquisto e del possesso: che senso ha pagare per bit che devo preoccuparmi di registrare e catalogare, se posso usarli come fossero miei ogni volta che voglio? Così si spiega il boom dello streaming e quello, parallelo, delle edizioni limitate e costosissime in vinile: l’oggetto è un feticcio, e che contenga la musica è un pretesto; a scatenare il desiderio di possesso è la sua esistenza materiale, la sua irriducibilità a una catena di dati.

Identità e differenza

Nel mondo digitale una copia è per definizione uguale all’originale, quindi ad esempio un Mp3 trasmesso via internet a un altro computer è indistinguibile dal primo. La duplicazione analogica, invece, implica un decadimento di qualità, come sa bene chi ha riversato un disco su una cassetta: all’impronta sonora del vinile si aggiungono fruscio, distorsioni e modulazioni che rendono ogni nastro unico e originale. Nel mondo analogico, con la copia qualcosa si perde e qualcosa si guadagna: quante teorie filosofiche, quante eresie e credenze sono scaturite da una parola trascritta male, consapevolmente o meno. Ma la differenza e l’errore implicano un movimento che nel digitale non c’è. E può diventare uno spazio di creazione, come mostra Disintegration Loops, il lavoro più noto di William Basinski. Trasferendo su computer alcune sue vecchie incisioni, il compositore newyorchese si è accorto che il nastro si stava sfaldando, così ha registrato quegli archi sontuosi che affondano lentamente nel silenzio. Ne ha tratto un’opera obsoleta e bellissima: il rumore del tempo che passa, la musica che diventa il ricordo della musica.


[Numero: 63]