staccate il wifi voglio scendere

L’onda informatica è passata Pausa o rigetto? Nessuno lo sa ancora spiegare

Le notizie su nuove meravigliose tecnologie ci affascinano e insieme ci mettono paura. Temiamo che presto i robot toglieranno il lavoro a un sacco di gente. Ma, nonostante siano davvero allo studio grandi progetti, negli ultimi anni la diffusione delle innovazioni è rallentata molto. Non sappiamo perché.

Perfino negli Stati Uniti, la produttività aumenta poco o nulla. Ovvero – semplificando – in tempi recenti hanno trovato lavoro più persone di quanto ci si potesse attendere con questo ritmo di ripresa economica. Se le ultime trovate di Silicon Valley avessero dispiegato i loro effetti, sarebbe accaduto il contrario.

In Italia, certo, siamo ancora indietro su trasformazioni altrove già avvenute. In pochi anni dovranno scomparire molti posti di lavoro in banca, perché se i pagamenti si possono fare dallo smartphone non servono più così tanti sportelli. Nei Paesi scandinavi ne ha già chiuso uno ogni due.

Nell’insieme del mondo, una pausa c’è. Circolano spiegazioni disparate. Alcuni ipotizzano che le innovazioni più recenti migliorino la qualità della vita ma non le misurabili quantità e qualità di ciò che viene prodotto. Altri ribattono che le statistiche misurano male. Altri ancora sostengono che passata l’ondata dell’informatica non sono comparse altre novità epocali.

Spostano il dibattito su un terreno più solido aggiornati studi dell’Ocse. Mostrano che esiste un ristretto numero di imprese di punta in cui la produttività cresce svelta (insomma, i robot sostituiscono le persone) mentre alle loro spalle le innovazioni, da alcuni anni a questa parte, si diffondono a rilento.

Come mai? Siamo forse entrati in una fase di inconscio rigetto, che ci rende più attaccati agli oggetti e alle abitudini che rischiamo di perdere? O ci frenano istituzioni e strutture sociali invecchiate? Sono piuttosto gli imprenditori ad attendere, perché il futuro degli affari gli appare troppo incerto?

Sia come sia, rischia di instaurarsi un circolo vizioso. Anche perché al di là scorgiamo un dilemma che non sappiamo risolvere. Da una parte, se le tecnologie non ci soccorreranno mancheranno le risorse per contrastare le crescenti disuguaglianze tra i cittadini. Dall’altra, se i robot toglieranno lavoro nuove disuguaglianze potranno crearsi.

Nella storia, i nuovi macchinari hanno inizialmente offerto grandi vantaggi ai capitalisti; poi la produzione di beni a minor costo per tutti, le riduzioni di orario e gli aumenti di salario ottenuti dai lavoratori, hanno diffuso i benefici alla società intera. Ma l’economia globalizzata può attuare in breve e senza scosse una simile redistribuzione, o no?

Sul nostro pianeta la manodopera a buon mercato abbonda, mentre nei Paesi più avanzati trova scarse opportunità chi non sa maneggiare i computer (ne parla il bel libro The Wealth of Humans, scritto dal giornalista dell’«Economist» Ryan Avent). Peraltro, i Paesi che hanno installato più robot per primi non hanno affatto perduto posti di lavoro, mostra uno studio pubblicato dalla «Harvard Business Review». Casomai li perde chi resta indietro: fermarsi non giova.


[Numero: 63]