Mondo e America divisi da Trump

Un somalo, un sikh, un’aborigena... Il governo multicolore di Justin Trudeau

L’ultima mossa prima dell’insediamento di Donald Trump, è stata quella di nominare un ex rifugiato somalo ministro dell’Immigrazione canadese. Justin Trudeau, non perde occasione per dimostrare di essere diverso dal tycoon americano eletto alla Casa Bianca.

Quarantacinque anni, liberale, dinamico, la sua immagine, dopo la vittoria alle elezioni politiche del 2015, ha fatto il giro del mondo. È finito sulle prime pagine dei giornali per lo scambio di galanterie su Twitter con la Regina Elisabetta, dopo la riunione biennale dei leader politici dei 53 stati che hanno fatto parte del Commonwealth, ma anche per la calorosa accoglienza riservata all’aeroporto di Toronto ai venticinquemila profughi siriani nel febbraio dello scorso anno. Ha stretto la mano dei nuovi arrivati e ha consegnato ai bambini giacconi pesanti per affrontare il rigido inverno canadese.

Il suo curriculum è impeccabile. Figlio di Pierre, uno dei primi ministri più amati nella storia del Canada, due lauree, un master in ingegneria, ex insegnante liceale di teatro, ha recitato anche in una miniserie televisiva sul ruolo del Canada nella Prima Guerra Mondiale. Sui social network è considerato un sex symbol, soprattutto per le foto che lo ritraggono sul ring di box in un match per raccogliere fondi da destinare alla lotta contro il cancro o mentre fa yoga o balla, indossando abiti tradizionali di diverse minoranze etniche. Parla perfettamente l’inglese e il francese, ed è da sempre attento ai cambiamenti e alla diversità. Nel suo governo sono entrati quindici uomini e quindici donne. Ha fatto notizia la nomina di un veterano sikh come ministro della Difesa, di una donna avvocato aborigena come ministro della giustizia e di una paralimpica come ministro dello sport e delle persone diversamente abili. Ha subito cercato di dare un’impronta diversa al suo governo. Ha cambiato il carattere della missione in Iraq, passando dal bombardamento all’addestramento. Ha modificato la legge sulla cittadinanza in modo più favorevole agli immigrati e ha promesso di dare centralità all’annosa questione dei nativi. In Canada, per decenni, nella totale indifferenza, gli aborigeni hanno subito violenze e atrocità e sono stati costretti a frequentare scuole in cui venivano continuamente umiliati e costretti a rinunciare alla loro cultura, ai loro costumi e alle loro tradizioni.

Ma non è tutto oro quello che luccica. A poco più di un anno dalla vittoria contro i conservatori, il governo del giovane Trudeau comincia a perdere colpi. A dicembre un sondaggio condotto dalla Nanos-IRPP Mood ha registrato il calo di nove punti nei consensi rispetto a un anno fa, quando la percentuale era del 63%. Un segnale preoccupante se si tiene conto che finora il giovane Trudeau non ha avuto rivali, visto che né i conservatori, né i neodemocratici sono ancora riusciti a nominare un nuovo leader. C’è chi gli rimprovera di aver badato più alla forma che alla sostanza. «È più bello che bravo», dicono. «Dei programmi annunciati è riuscito finora a fare ben poco». Qualche nemico se lo è fatto anche tra gli ambientalisti, soprattutto dopo l’approvazione della controversa costruzione sulle coste della British Columbia di un porto per il trasporto di gas naturale.

Ma guardando a sud, ai vicini americani, molti tirano un sospiro di sollievo. Come ha fatto notare il Washington Post, nonostante l’economia del Canada sia ancora lenta e si profilino decisioni difficili da prendere su temi divisivi come il cambiamento climatico e le reti energetiche, non ci sono segnali che il buon momento di Trudeau stia per finire.

*Storico delle organizzazioni criminali, insegna alla Queen’s University in Canada e al Middlebury College in California


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