Mondo e America divisi da Trump

Un mix di old e nuovissimo così Donald ha vinto sui social

Un cocktail (esplosivo) di vecchio e nuovissimo. Questa è stata la ricetta segreta, e l’alchimia, che ha portato “The Donald” alla presidenza degli Stati Uniti. E se Mark Zuckerberg, il deus ex machina di Facebook, deciderà di “scendere in campo” dovrà tenere conto di quanto decisivo sia stato il contributo fornito alla vittoria del tycoon e immobiliarista newyorkese proprio dalla “sua” new economy californiana. Colui che all’inizio della corsa elettorale pareva il meno “presidenziabile” e più improbabile dei candidati repubblicani entra alla Casa Bianca, infatti, anche grazie alla capacità del suo “universo espanso” (staff, comunicatori, radio dell’ultradestra, siti fiancheggiatori dell’alternative right e il Breitbart News network) di confezionare in modo efficace, e inedito, un messaggio proveniente dal passato. Giustappunto, un contenuto vecchio rivestito di packaging comunicativo nuovissimo, calato nel mondo virtuale, ma al tempo stesso realissimo (e foriero di parecchio consenso elettorale), della postverità.

Trump è, in tutto e per tutto, un campione dell’old economy, dai petrolieri ministri (come Rex Tillerson, nuovo segretario di Stato) alla predilezione per il mattone nell’impero economico di famiglia, sino all’industria pesante che ha promesso di riportare “a casa” ai suoi sostenitori degli Stati della Rust Belt (dove gli operai, già alcuni decenni or sono, voltarono le spalle ai democratici per abbracciare il reaganismo). E arriva al potere facendosi portabandiera della restaurazione della tradizione, tra mitologia dell’uomo che si fa da solo (“un autoscatto”), rivincita degli usi e costumi di Main street e dell’America profonda e primato della White Nation (l’antitesi del sogno della nazione postrazziale che Obama non è riuscito a convertire in realtà). Ma non ci sarebbe riuscito in maniera così efficace se non avesse potuto avvalersi delle piattaforme digitali e dei social messi a disposizione di tutti dagli “unicorni” informatici e dai sultani della Silicon Valley, altri miliardari (come lui) tendenzialmente liberal e supporter della candidata sconfitta Hillary Clinton e del Partito democratico. Con “The Donald” sbarca nella stanza dei bottoni della prima potenza planetaria la narrazione (piuttosto “postveritiera”) della disintermediazione, con il suo rigetto dei media mainstream e di quella che viene avvertita come la loro non gradita “vocazione pedagogica”. E se nel Vecchio continente si sono fatti largo i partiti personali, negli Stati Uniti si è definitivamente inaugurata la stagione disintermediante delle personalità politiche senza partiti vale per Trump, ma anche per qualunque altro imprenditore compreso Zuckerberg o qualche suo collega padrone degli algoritmi.

Il nuovo presidente ha imbracciato l’ideologia del politicamente scorretto, di fatto la visione del mondo dei maschi bianchi degli Anni Cinquanta cucendole addosso un indumento postmoderno basato sul mix di data science, marketing digitale e propagazione “scientifica di fake”. Ovvero, il nuovissimo.


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