Mondo e America divisi da Trump

Polvere e ruggine nella sconfitta di Hillary

Nelle stesse settimane in cui il mondo si interrogava sulle ragioni del successo di Donald Trump, nelle classifiche statunitensi dei libri più venduti si faceva largo un best-seller inatteso, dedicato a un tema scabroso: l’affinità profonda tra la borghesia americana e il populismo fascista. Si tratta del romanzo Da noi non può succedere di Sinclair Lewis (1885-1951), che nel 1930 fu il primo scrittore americano premiato con il Nobel per la letteratura. Il romanzo, che è ora disponibile in una nuova, tempestiva traduzione (Passigli Editore, trad. di Teodoro Guidalberti, pp.400, euro 19,50), è un’opera di fantapolitica che descrive il trionfo elettorale di Buzz Windrip nelle elezioni americane del 1936 e la successiva svolta fascista della politica americana. Windrip, un uomo d’affari senza scrupoli e privo di esperienza politica, intende fare degli Stati Uniti una potenza militare in grado di intimidire l’intero pianeta, restaurare l’orgoglio dei maschi bianchi, e promette di destinare a ogni cittadino un contributo di 5000 dollari l’anno. Dopo aver sconfitto la retorica pacata e pragmatica del suo avversario, Windrip inizia il suo mandato con la deportazione delle minoranze religiose (all’epoca, gli ebrei) che minacciano lo stile di vita americano, decreta l’illegalità di ogni forma di dissenso in quanto “anti-patriottico”, e infine sostituisce le strutture amministrative statali con nuovi nuclei di potere guidati da uomini d’affari di sua scelta.

Sinclair Lewis aveva scritto il romanzo nel 1935, preoccupato per l’ascesa del candidato populista dell’epoca Huey Long, dal cui programma sono tratte molte delle idee attribuite a Windrip. Tuttavia gli aspetti che accomunano la demagogia populista di Windrip e quella di Trump sono così numerosi da rendere la lettura inquietante. Molti degli intellettuali e politici descritti nel romanzo continuano a ignorare le implicazioni del totalitarismo plutocratico che prende forma davanti ai loro occhi ripetendo come un mantra «Da noi non può succedere». Non la pensa così invece Doremus Jessup, il giornalista che nel romanzo si oppone alle trame di Windrip e che ricorda ai suoi interlocutori che gli americani sono il popolo maggiormente a rischio di una deriva fascista perché «non esiste al mondo paese che si dimostri più isterico, sì più isterico o più servile dell’America».

Anche Lucia Berlin (1936-2004) sembra destinata a diventare un classico solo oggi, dopo che le sue raccolte di racconti pubblicate tra il 1977 e il 1999 hanno deliziato un pubblico di lettori ristretto, mentre l’autrice passava di mestiere in mestiere e di luogo in luogo: dall’Alaska dov’era nata, al Montana e poi in Arizona, in Cile, in New Mexico e in Messico, in Colorado e in California, dove muore nel 2004, ignorata dai critici e dai lettori. Nel 2015 arriva, improvviso ed enorme, il successo. Una selezione dei suoi racconti, con il titolo Manual for Cleaning Women (Manuale per donne delle pulizie) diventa un caso editoriale. Scelto come libro dell’anno dal “New York Times” e proposto in Italia con il titolo La donna che scriveva racconti (Bollati Boringhieri, trad. di Federica Aceto, pp.460 euro 18,50) la raccolta di Berlin accumula riconoscimenti internazionali proprio mentre Trump conclude vittoriosamente la sua campagna elettorale. Il mondo di Berlin è l’immensa periferia americana: i suoi protagonisti vivono in bilico, con lavori sempre precari. La salute che è un lusso per pochi, mentre la malattia, propria o altrui, si rivela una compagna di viaggio abituale, resa tollerabile solo dall’alcool e dall’ironia spigolosa e arguta della voce narrante. Eppure in quel mondo ai margini del sogno americano, lontano dalle università prestigiose e dalla devozione al successo economico, Berlin scopre e racconta una dignità invincibile, l’intelligenza profonda di un “popolo vinto”, stremato ma non sconfitto.

Forse alcuni degli outsider che popolano le pagine di Berlin ingrossano oggi le fila dei sostenitori di Trump, eppure è piuttosto la miopia egoistica dei loro datori di lavoro a offrire un’immagine efficace della banalità di un mondo che ritiene il proprio privilegio parte dell’ordine naturale delle cose.

L’analisi del voto occuperà gli esperti nei mesi a venire, e molto si dirà su quelle poche centinaia di migliaia di voti che avrebbero sancito la sconfitta di Trump se solo Hillary Clinton avesse vinto nei distretti tradizionalmente democratici della Rust Belt, le zone di Pennsylvania, Michigan e Winsconsin in cui la candidata è stata abbandonata dai voti democratici che avevano invece sostenuto Barack Obama. Anche su quel mondo la letteratura ci ha offerto pagine indimenticabili e profetiche in Ruggine americana (Einaudi 2010) il romanzo d’esordio di Philipp Meyer, ambientato proprio in una cittadina della Pennsylvania, in cui la crisi dell’industria pesante e il trasferimento della produzione all’estero ha portato a un panorama di fabbriche abbandonate e di case fatiscenti, abitate da un’umanità disorientata e indebitata, e in cui solo gli anziani ricordano ancora con nostalgia “i bei tempi andati”, quelli in cui il lavoro sembrava un diritto.


[Numero: 62]