Mondo e America divisi da Trump

Da “Mutti” a nuova leader, la conversione di Angela che vuole abbattere i muri

Donald Trump vuole fare l’America “great again”. In Europa potrebbe trovare un antesignano, un personaggio politico che a tutti i titoli può reclamare di aver davvero reso il suo paese di nuovo grande: Angela Merkel, la cancelliera tedesca che governa ininterrottamente da ormai più di undici anni.

Pochi ricordano che la Germania del 2005 non era affatto percepita come nazione “grande”, ma come paese pieno di problemi, con la sua bassa crescita e i suoi cinque milioni di disoccupati; non a caso l’Economist l’aveva bollata come “il malato d’Europa”. Oggi invece la Germania si presenta come il dominus dell’Europa, grazie alla sua forza politica e a quella economica.

“Great again” quindi, ma è legittimo dubitare che Donald voglia prendere lezioni da Angela, anche se lei vinse le sue prime elezioni nel 2005 con una marcata campagna neoliberista, tutta orientata contro lacci e lacciuoli, contro Il “big government”, potremmo dire.

Nei fatti però la Merkel prese tutt’altro percorso, un percorso che non potrebbe essere più lontano da quello che Trump delinea per se stesso. Anche lei aveva polarizzato il paese fino al giorno prima della elezioni, ma poi optò per un’inversione a U, reinventandosi come cancelliera ecumenica, capace di smussare tutti i contrasti, tutte le contrapposizioni, diventando in questa maniera la “Mutti”, la mamma (anzi “mammina”) della nazione.

Le divergenze radicali fra i due protagonisti si vedono già dai toni. Trump si presenta come un dito medio alzato: insulta, sbraita, non concede neanche la parola ai giornalisti a lui invisi. La Merkel invece è da sempre in ottimi rapporti con i media, gode di ottima fama fra i giornalisti, ma anche fra i politici dell’opposizione e i rappresentanti dei sindacati, e questo soprattutto grazie alle sue buone maniere, ai suoi toni bassi, alla disponibilità al dialogo.

Oltre alle forme, tra i due protagonisti esistono differenze di sostanza. La Merkel cerca sempre e comunque soluzioni condivisibili, quelle che godono di un ampio consenso nella popolazione, sacrificando, se necessario, le sue convinzioni. E così, dopo la catastrofe di Fukushima lei, nuclearista convinta, opta senza battere ciglio per l’uscita dal nucleare. E malgrado i mal di pancia del suo partito, la CDU, lascia passare l’introduzione del salario minimo generalizzato, per il semplice motivo che la stragrande maggioranza dei cittadini si dichiara favorevole.

Governare senza polarizzare: questo potrebbe essere il suo motto. In questo modo è riuscita a monopolizzare il centro della scena politica, ma anche a rappresentare il grande centro della società tedesca. Infatti non dà voce agli “arrabbiati”, agli esclusi o a chi si sente sotto minaccia di esclusione, ma a quei due terzi del popolo tedesco che si mostrano soddisfatti delle proprie condizioni di vita e più in generale della situazione del paese.

Fino al 2015 l’impressione era che in Germania “gli altri”, quelli sulle barricate – erette anche da Trump – contro l’establishment, non esistessero, o comunque non avessero voce. Ma, legge del contrappasso, è stata proprio la Merkel a ripolarizzare la politica tedesca che fino ad allora appariva quasi anestetizzata. La sua decisione, presa nell’estate del 2015, di aprire le frontiere ai profughi siriani ha svegliato il populismo di massa anche in Germania. E di nuovo, troviamo la Merkel sulla sponda opposta a quella di Trump. Lui vuole erigere muri, lei ha voluto abbatterli, accogliendo i rifugiati.

*corrispondente in Italia per il quotidiano tedesco Die Tageszeitung, è autore di Mutti, Angela Merkel spiegata agli italiani (Laterza 2015)


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