[Sommario - Numero 61]
Sogno di un pomeriggio d’estate australe
Andrea Bozzo - È nato a Torino nel 1969. Ha lavorato per The New York Times, Vanity fair, La Stampa, La Repubblica. Coordina il dipartimento di Communication and Graphic Design dello Iaad di Torino
New Zealand un Paese che funziona

Vento teso e mare piatto: qui la vela è diventata scienza

REUTERS

Luna Rossa davanti a American True, Golfo di Hauraki, Auckland, qualificazioni per l’America’s Cup 2000

Nell’83 a Fremantle, in Australia, l’orgoglio nazionale scoprì con le imprese di

Azzurra che eravamo veramente un popolo di navigatori e non solo di santi e poeti. Diciassette anni dopo, a Auckland, dall’altro capo dell’Oceania, facemmo un figurone con Luna Rossa che riuscì a sbaragliare tutti gli sfidanti tanto che la sconfitta per 5-0, subita nella vera Coppa America con Team New Zealand, non intaccò minimamente il valore dell’impresa. Sia a Fremantle, sia a Auckland, uno dei protagonisti fu Cino Ricci che in Australia era lo skipper di Azzurra, mentre in Nuova Zelanda milioni di italiani lo ritrovarono competentissimo e spiritoso commentatore tv.

«Ad Auckland ci trascorsi quattro mesi» ricorda il burbero Ricci che ancora oggi su Bolina, la bibbia di chi va a vela, insegna che prima di salire in barca bisogna preparare le mani sfregando i palmi su una cima di canapa, se mai ne esistono ancora, per farsi un po’ di protettivi calli

«Ad Auckland ci trascorsi quattro mesi» ricorda il burbero Ricci che ancora oggi su Bolina, la bibbia di chi va a vela, insegna che prima di salire in barca bisogna preparare le mani sfregando i palmi su una cima di canapa, se mai ne esistono ancora, per farsi un po’ di protettivi calli. Ricci è al telefono ma non è difficile immaginarlo mentre si toglie il cappello parlando dei marinai di Auckland: «Ai nostri bambini compriamo la bici, laggiù una barchetta: diventano maggiorenni sull’acqua». Certo, però la natura aiuta.

Il golfo di Hauraki, teatro delle imprese dell’imbarcazione firmata Prada, per molti non è più un luogo misterioso grazie alle cronache di Ricci di quelle notti: «È un posto straordinario per veleggiare come si accorsero al loro arrivo i primi marinai inglesi - racconta Ricci -. Le isole che circondano quell’angolo di Pacifico lo proteggono dalla furia dell’acqua permettendo di veleggiare tutto l’anno con vento teso e mare piatto».

Percorrere Tamaki drive, forse il più bel lungomare al mondo, che dal centro di Auckland raggiunge, dopo 11 chilometri, l’elegante sobborgo di Mission Bay, regala uno spettacolo unico di rande e fiocchi di ogni dimensione che s’incrociano sull’acqua.

Percorrere Tamaki drive, forse il più bel lungomare al mondo, che dal centro di Auckland raggiunge, dopo 11 chilometri, l’elegante sobborgo di Mission Bay, regala uno spettacolo unico di rande e fiocchi di ogni dimensione che s’incrociano sull’acqua. Di Auckland, chi l’ha scoperta attraverso le imprese veliche, ricorderà soprattutto le banchine del porto dove le barche salpavano e ormeggiavano e dove i team vivevano l’avventura della Coppa, scoprendo dalla voce di Cino Ricci che il “bulbo” non ce l’hanno solo i tulipani. «La Coppa - ricorda lo skipper, oggi 83enne - trasformò la città. La consapevolezza di finire sotto gli occhi di tutto il mondo obbligò i neozelandesi a risanare, ammodernare l’area del porto verso il quale, fino a quel momento avevano avuto un approccio, diciamo, utilitaristico, c’era cioè solo quello che doveva servire per l’attracco delle navi, comprese anacronistiche palafitte!».

La trasformazione urbanistica scatenò le proteste dei residenti dell’angiporto che videro decuplicare i costi delle case. «Ricorda? Uno di loro prese a martellate, fin quasi a distruggerla irrimediabilmente, la coppa America, simbolo di quella rivoluzione».

La trasformazione urbanistica scatenò le proteste dei residenti dell’angiporto che videro decuplicare i costi delle case. «Ricorda? Uno di loro prese a martellate, fin quasi a distruggerla irrimediabilmente, la coppa America, simbolo di quella rivoluzione». Oggi, il porto di Auckland, pur mantenendo la sua fisionomia industriale, ha raggiunto una sua coerenza con il moderno centro città che si apre alle spalle e dove non esiste un centro storico come lo intendiamo in Europa. E non c’è perché la Nuova Zelanda nata dalla colonizzazione ha una storia così recente che non solo tutto il suo passato, a cominciare dai Maori, ma anche la flora e la fauna, sta tutto in un solo, imponente edificio: l’Auckland War Museum.

«I neozelandesi sono stati i primi a farla diventare una materia scientifica insegnata all’Università. Oggi, in qualsiasi team velico, in qualsiasi impresa con barche in giro per il mondo ci trovate infilato un neozelandese. Nella costruzione di scafi e alberi hanno superato gli americani»

È la vela, nella City of Sails, a fare la differenza. «I neozelandesi sono stati i primi a farla diventare una materia scientifica insegnata all’Università - spiega Cino Ricci -. Oggi, in qualsiasi team velico, in qualsiasi impresa con barche in giro per il mondo ci trovate infilato un neozelandese. Nella costruzione di scafi e alberi hanno superato gli americani».

I neozelandesi sostengono che le marine più grandi del Pacifico sono ad Auckland. Se non sono le più grandi certamente sono le più numerose. Dalla cima della Sky Tower l’occhio spazia da una marina all’altra: ce n’è una in ogni baia.


[Numero: 61]