[Sommario - Numero 61]
Sogno di un pomeriggio d’estate australe
Andrea Bozzo - È nato a Torino nel 1969. Ha lavorato per The New York Times, Vanity fair, La Stampa, La Repubblica. Coordina il dipartimento di Communication and Graphic Design dello Iaad di Torino
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Una piccola massa sballottata e lanosa

Mattina, molto di buon ora. Il sole non era ancora spuntato e tutta la baia di Crescent era nascosta sotto una foschia bianca che veniva dal mare, dietro, le grandi colline boscose trasparivano appena; non si vedeva dove finissero né dove cominciassero i prati e i bungalow. La strada sabbiosa era svanita, e così pure i prati e i bungalow sul lato opposto; più in là, le bianche dune ricoperte d’erba rossiccia non c’erano più; niente segnava più il confine tra mare e spiaggia. Era caduta una pesante rugiada. L’erba era azzurra, e grosse gocce pendevano dai cespugli, erano lì lì per cadere; il toi-toi argenteo e lanuginoso era fiacco sul suo lungo stelo, e tutte le calendule e i garofani dei giardini s’inchinavano fino a terra sotto il peso dell’umidità. Le fredde fucsie erano inzuppate, rotonde perle di rugiada indugiavano sulle foglie piatte dei nasturzi. Sembrava che il mare fosse avanzato furtivamente nell’oscurità, che un’unica immensa ondata fosse salita gorgogliando – fino a dove? Forse se ti fossi svegliato nel mezzo della notte avresti potuto vedere un grosso pesce guizzare per un attimo davanti alla finestra…

Dal capo estremo della baia di Crescent, tra gli ammassi di pietre, arrivò trotterellando un gregge di pecore. Erano tutte pigiate, una piccola massa sballottata e lanosa, e si muovevano in fretta su gambette sottili come bastoncini quasi che il freddo e il silenzio le avessero spaventate. Dietro, un vecchio cane da pastore con le gambe fradice e sporche di sabbia correva fiutando il terreno, ma distrattamente, come se pensasse ad altro. E poi anche il pastore apparve nell’apertura tra le rocce. Era un vecchio magro, diritto, con la giacca di bigello ricoperta di una ragnatela di goccioline, un paio di calzoni di velluto allacciati sotto il ginocchio e un largo cappello floscio con un fazzoletto blu legato intorno. Aveva una mano infilata nella cintura, e nell’altra stringeva un bastone giallo, ben levigato. E mentre camminava senza fretta, fischiava piano una canzoncina, come la voce remota di un flauto che risuonava triste e tenera. Il vecchio cane fece un paio delle sue solite capriole e poi si ricompose di scatto, vergognoso della propria spensieratezza, e per qualche passo camminò dignitosamente al fianco del padrone. Le pecore procedevano a piccoli balzi precipitosi; poi cominciarono a belare, e spettrali greggi lontani fecero eco dal profondo del mare: “Bee! Bee!” Per un bel po’, fu come fossero sempre allo stesso punto.

La brezza mattutina si levò tra i cespugli, e il profumo delle foglie e delle scura terra bagnata si mescolò all’odore forte del mare. Miriadi di uccelli cantavano. Un cardellino sorvolò la testa del pastore, e posatosi sulla punta di un ramoscello, si arruffò le corte piume del petto e si voltò verso il sole. Adesso il gregge aveva oltrepassato la capanna del pescatore e la casetta annerita dove Leila, la lattaia, abitava con la vecchia nonna. Le pecore si sparsero su un terreno giallastro e paludoso e Wag, il cane, le inseguì zampettando, le radunò e le guidò verso il passaggio tra le rocce, scosceso e stretto, che conduceva dalla baia di Crescent alla cala di Daylight. “Bee! Bee!”. Il grido giungeva fioco, mentre le pecore ondeggiavano sulla strada ormai quasi asciutta. Il pastore ripose la pipa, infilandola nel taschino e lasciando sporgere il fornello, e subito ricominciò a fischiettare la sua canzoncina. Wag corse lungo una cornice di roccia seguendo una pista odorosa, poi tornò indietro disgustato. Spingendosi, urtandosi, affrettandosi le pecore voltarono l’angolo, e il pastore le seguì, scomparendo con loro.


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