[Sommario - Numero 61]
Sogno di un pomeriggio d’estate australe
Andrea Bozzo - È nato a Torino nel 1969. Ha lavorato per The New York Times, Vanity fair, La Stampa, La Repubblica. Coordina il dipartimento di Communication and Graphic Design dello Iaad di Torino
New Zealand un Paese che funziona

Il giorno nasce a Auckland dove si respira ottimismo

Immaginate di trovarvi nel centro di Roma e di tracciare una linea retta che congiunga la capitale italiana con il centro della Terra. Continuate ancora e la vostra linea sbucherà dall’altra parte nel pianeta, ai cosiddetti “antipodi”: dall’Italia più lontano di così non si può andare. In prossimità degli “antipodi” dell’Italia troviamo un Paese che per, molti aspetti, assomiglia all’Italia come una sorta d’immagine speculare. Quest’“Italia rovesciata” è la Nuova Zelanda.

Guardiamo quindi il nostro “specchio” neozelandese: la Nuova Zelanda è poco più piccola dell’Italia ha una catena di montagne che si chiamano Alpi (Meridionali) e il Monte Cook, la cima più elevata è di un pelo più basso del nostro Monviso (3724 metri contro 3841).

Una fotocopia dell’Italia? Per certi aspetti, sicuramente sì, per altri certamente no. L’Italia è un pezzo d’Europa e le sue terre più meridionali sono a poche decine di chilometri dalle coste africane. La Nuova Zelanda “galleggia” sullo sterminato Oceano Pacifico, isolata e quasi vuota: quattro milioni e mezzo di abitanti contro i nostri sessantadue. L’Italia “scoppia” di anziani, la popolazione neozelandese è molto più bilanciata; nel corso della loro vita, le donne italiane mediamente mettono al mondo 1,3 figli ciascuna, in Nuova Zelanda siamo attorno a 2, appena sotto la quota che “garantisce” la continuità demografica.

Il prodotto interno lordo per abitante, termometro imperfetto ma efficace del livello di vita, è all’incirca uguale: 36.100 dollari per la Nuova Zelanda, 35.800 per l’Italia. Vent’anni fa avevamo un vantaggio considerevole e ormai i nostri lontani cugini geografici ci hanno raggiunti e superati e continuano ad andare più forte: l’economia neozelandese sta espandendosi a tassi del 2-3 per cento l’anno mentre quella italiana è impantanata in una crescita da “zero virgola”. La Nuova Zelanda può vantare una disoccupazione attorno al 5 per cento, meno della metà del nostro 11 per cento. Sotto questi aspetti vorremmo tanto essere neozelandesi!

Che non si tratti solo di “capricci” delle statistiche economiche lo dimostrano altri numeri e cioè gli indici della qualità della vita che tengono conto di una serie di indicatori dal verde pubblico alla criminalità. Auckland, la “metropoli” neozelandese che conta all’incirca 1,4 milioni di abitanti, finisce sempre nelle prime posizioni mentre Roma e Milano, non vanno oltre il 30-40esimo posto.

Il delicatissimo “indice della corruzione percepita” calcolato da Transparency International, vede la Nuova Zelanda al quarto posto nella classifica dei Paesi meno corrotti. dopo Danimarca, Finlandia e Svezia e nettamente prima di Germania e Gran Bretagna (decimi pari merito), Stati Uniti e Giappone, rispettivamente al 16esimo e 18esimo posto. E l’Italia? Con un certo imbarazzo, dobbiamo confessare che in questo siamo veramente agli antipodi della Nuova Zelanda, ossia al 61esimo posto nel mondo, in pratica al fondo dell’elenco dei Paesi sviluppati. Insomma, l’aria vibrata che si respira a Auckland (facendone una capitale dello sport velico) e nella capitale Wellington è aria pulita anche in senso metaforico.

Da dove deriva questa pulizia? Probabilmente da tre diverse radici: la prima è la tradizione scozzese, in quanto gli scozzesi – di religione presbiteriana, severissima in materia di rapporti pubblico-privati – costituirono il nucleo fondamentale della prima immigrazione bianca. Ancora oggi, in festività particolari, ci sono sfilate con cornamuse e “kilt”’. La seconda radice deriva dalla necessità storica di una solidarietà senza “trucchi” tra coloni la cui sopravvivenza, in un ambiente decisamente non facile, dipendeva talvolta in maniera cruciale, dalla fiducia e dall’assistenza reciproca.

La terza radice è il fortissimo senso di appartenenza alla civiltà britannica). La Regina d’Inghilterra è il Capo dello Stato (che esercita i suoi poteri per il tramite di un governatore, anzi, da pochi mesi, di una governatrice). In un referendum nel marzo 2016, il 56 per cento dei votanti ha confermato la “vecchia” bandiera con l’Union Jack britannico in un riquadro in alto a sinistra che una parte della popolazione voleva sostituire con l’immagine di una felce.

Come ha fatto questo Paese molto vecchio stile, che gli inglesi un tempo chiamavano “l’ultima fermata d’autobus dell’Impero Britannico” – e che oggi viene menzionato anche perché “il giorno comincia dalla Nuova Zelanda” per effetto della linea del cambiamento di data, a portarsi in 20-30 anni in alcune posizioni di vertice dell’economia globale? La risposta è sfaccettata e alcune di queste sfaccettature sembrano fatte apposta per noi.

In primo luogo, se ha ancora il cuore a Londra, la Nuova Zelanda ha il portafoglio suddiviso tra l’Australia, la Cina e le isole del Pacifico. Dalle isole del Pacifico arriva gran parte della nuova immigrazione (oltre che dall’Europa: i residenti italiani o di origine in Nuova Zelanda sono solo qualche migliaio) così come da Australia e Cina arrivano i nuovi capitali. I problemi di convivenza sono attenuati dalla lunga, difficile esperienza dello scontro tra i coloni e i Maori. I Maori, infatti, erano arrivati qualche secolo prima dalla Polinesia e creato organizzazioni tribali abbastanza sofisticate, in grado di opporsi, ai nuovi arrivati. Riuscirono a veder riconosciuta la loro identità etnica e culturale.

Per quanto a lungo sospinti ai margini di una società crescentemente bianca, a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento il confronto si svolse più nelle aule dei tribunali che sui campi di battaglia. I Maori da un lato si stanno faticosamente integrando pur mantenendo gelosamente le loro tradizioni (i loro oggetti tradizionali sono ricercati dai turisti e diventano una non piccola fonte di reddito) e, anche se neppure la Nuova Zelanda è un Paese idilliaco, il pregiudizio razziale è, appunto, un pregiudizio, contrastato con successo, specie tra i giovani. L’integrazione, in altre parole aiuta lo sviluppo.

Il secondo ingrediente è un sistema socio-economico molto pragmatico: la Nuova Zelanda fu il primo Paese al mondo a concedere, nel 1893, il voto alle donne e dopo la seconda guerra mondiale costruì, ispirandosi al laburismo inglese, una “rete di sicurezza” con servizi pubblici efficienti e funzionanti. Negli anni ottanta anticipò, ma sempre senza accanimenti, la svolta liberista della Thatcher varando un sistema pensionistico in cui pubblico e privato convivono in maniera sostenibile. Gli ostacoli burocratici che sono il pane quotidiano dagli italiani sono sostanzialmente sconosciuti ai neozelandesi.

Il terzo ingrediente è la scommessa agri-turistica: da fornitori di un burro pregiato al mercato inglese, i neozelandesi sono diventati un “giocatore” di primo piano sui prodotti “mediterranei”. È possibile in Nuova Zelanda fare lunghe escursioni tra vigneti e oliveti in un ambiente “mediterraneo”, con lo sfondo di un mare blu. Anche in questo gli antipodi si toccano. E si respira, soprattutto a Auckland e nelle altre grandi città, un profumo che in Italia ci siamo largamente dimenticati da circa trent’anni: il profumo dell’ottimismo, della fiducia in se stessi, della voglia di fare e rinnovare. Vorremmo tanto che, anche in questo, gli antipodi potessero toccarsi.

*Professore di Politica economica ed editorialista de La Stampa, ha compiuto nelle scorse settimane un lungo viaggio in Nuova Zelanda


[Numero: 61]