[Sommario - Numero 61]
Sogno di un pomeriggio d’estate australe
Andrea Bozzo - È nato a Torino nel 1969. Ha lavorato per The New York Times, Vanity fair, La Stampa, La Repubblica. Coordina il dipartimento di Communication and Graphic Design dello Iaad di Torino
New Zealand un Paese che funziona

Garibaldi, un modello che ci unisce all’Italia

A differenza dell’Australia, il cui censimento nel 2011 contava circa un milione di residenti di origine italiana, la Nuova Zelanda ospita un piccolo gruppo di persone le cui radici familiari affondano in terra italica: il censimento del 2013 contava solo 3.795 persone che si identificano come etnicamente italiane. Questo nonostante i migliori sforzi degli impresari delle migrazioni del diciannovesimo secolo, tra cui c’era chi esaltava le straordinarie somiglianze geografiche tra i due paesi. Uno di loro sosteneva che la Nuova Zelanda «è proprio come l’Italia, ma girata sottosopra, con lo stivale in testa».

In termini geografici, i due territori sono in effetti incredibilmente somiglianti. Anche oggi, il miglior modo per comparare i due paesi è sottolineare la loro forma allungata, le due metà a nord e a sud, le caratteristiche montagnose e sismicamente attive – tutto bilanciato da regioni ad alta intensità produttiva agricola. Uno specchio distante, la Nuova Zelanda è effettivamente il Belpaese degli antipodi.

In ogni caso, lo somiglianze geomorfologiche non equivalgono a quelle culturali o storiche, e perfino tra i paesi coloniali la Nuova Zelanda ha seguito un percorso storico distinto. La mancanza di emigranti italiani è certamente un punto di differenza vis-à-vis non solo dell’Australia ma anche del Canada e degli Stati Uniti. La bassa concentrazione di italiani in Nuova Zelanda significa che storicamente, la visione neozelandese dell’Italia si è formata meno grazie a rappresentanti in carne ed ossa della civiltà italiana e molto più dalla rifrazione di lenti culturali, turistiche o commerciali.

Primo fra tutti, come altrove, vi è il persistente prestigio di cui gode l’Italia per essere considerata custode di antichità, arte e cultura. Esponenti delle élite culturali neozelandesi da lungo tempo sono stati attratti dall’Italia per queste ragioni, e i possedimenti delle gallerie d’arte e dei musei neozelandesi testimoniano questa fascinazione. Ma non è stata solo alta cultura. Giuseppe Garibaldi visitò la Nuova Zelanda nel 1850 e negli Anni 60 dell’800 cercatori d’oro italiani passarono molto tempo nella regione di Otago durante la corsa all’oro. Le loro miniere erano soprannominate “Scavi di Garibaldi” – l’umile modestia dell’Eroe dei due mondi ne faceva un modello ideale per gli emergenti valori sociali ed etici della Nuova Zelanda. Ancora oggi un club dedito allo sport medievale scozzese di far scivolare grandi pietre sul ghiaccio fino a una meta si chiama il “Garibaldi Curling Club”.

Nel corso del XX secolo, molti soldati neozelandesi, compresi quelli del celebre battaglione Maori, combatterono in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Quelli che sopravvissero per raccontare la storia portarono con sé ricordi che aiutarono a definire la visione del popolo italiano come generoso e ospitale nonostante il trauma del tempo di guerra. Nelle prospere decadi del dopoguerra, i Kiwi divennero dei viaggiatori indefessi, spesso trascorrendo lunghi periodi del loro tempo nell’emisfero boreale, per ammortizzare i costi del viaggio per arrivare fin lì. Questo moderno Grand Tour degli antipodi, è diventato noto come la “overseas experience”, l’esperienza oltreoceano, o anche solo OE, ed è ambizione comune tra i neozelandesi giovani e vecchi. L’Italia, benché una destinazione meno centrale rispetto a quanto lo fosse per i nordeuropei a fine ’800, è saldamente sulla mappa turistica degli abitanti del Belpaese del sud. Ciò significa che la visione che i neozelandesi hanno dell’Italia include sempre più esperienze di prima mano.

Anche prima che il turismo di massa decollasse, l’immagine dell’Italia in Nuova Zelanda era dettata dalle importazioni di beni culturali e commerciali. In particolare dagli Anni 60, i prodotti italiani come automobili, macchine da caffè, cibo, moda e cinema, influenzarono la vita dei neozelandesi. Un esempio particolare è la Fiat 500, assemblata ad Auckland e facilmente avvistabile sulle strade neozelandesi negli Anni 60 e 70 – un ambasciatore culturale in metallo pressato molto amato , anche se non il più prestigioso esempio di “Made in Italy”. Più di recente, per ragioni che ancora aspettano il loro storico, la Nuova Zelanda è stato il primo Paese anglofono in cui il caffè espresso è diventato di uso diffuso.

In effetti, in uno strano capovolgimento culturale, si dice che i neozelandesi (e gli australiani) siano stati i pionieri principali della recente rivoluzione del caffè a Londra. I grati turisti italiani in visita nel Regno Unito magari vorranno tenerlo a mente. L’Italia era probabilmente molto distante dalla Nuova Zelanda nel XIX secolo, ma nel XXI “Tutto il mondo è paese”.

(Traduzione dall’inglese di Laura Aguzzi)


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