[Sommario - Numero 61]
Sogno di un pomeriggio d’estate australe
Andrea Bozzo - È nato a Torino nel 1969. Ha lavorato per The New York Times, Vanity fair, La Stampa, La Repubblica. Coordina il dipartimento di Communication and Graphic Design dello Iaad di Torino
New Zealand un Paese che funziona

Come vivere in armonia tra vulcani attivi e terremoti

Si era appena scaricata l’ultima sequenza sismica in Italia centrale, a fine ottobre 2016, che le immagini provenienti dal grande terremoto della Nuova Zelanda del 13 novembre ci hanno stupiti e meravigliati. Come è possibile che un terremoto di magnitudo Richter vicino a 8 abbia provocato solo due vittime (peraltro per infarto) e danni contenuti, quando da noi un sisma di magnitudo 6 distrugge paesi, uccide 300 persone e costringe alla deportazione migliaia di italiani?

Le caratteristiche del terremoto possono fare la differenza, per esempio l’epicentro neozelandese era relativamente lontano dalle grandi città e la densità di popolazione è comunque bassa. Ma non è che in Appennino la situazione sia tanto differente. E il terremoto era centinaia di volte meno distruttivo. Perciò c’è una sola risposta a quella domanda: in Nuova Zelanda il terremoto è un fenomeno incorporato a livello culturale e di pianificazione territoriale e le costruzioni sono adeguate a resistere, pur crollando, senza provocare vittime. Lì si è capito che non è il terremoto che ti uccide, ma la casa costruita male. E ci si è comportati di conseguenza. Punto.

I terremoti neozelandesi sono spesso violentissimi: le faglie che li generano sono profonde e lunghe centinaia di km, per cui spesso superano magnitudo 8 Richter, un’energia paragonabile a quella di decine di ordigni nucleari che esplodano tutti insieme sotto terra. Dal punto di vista geologico ci troviamo in una delle regioni più attive del mondo: il paese è spaccato in due dal contatto articolato e complesso fra la placca australiana e quella pacifica, con la seconda che si infila sotto la prima lungo un piano inclinato contrassegnato da terremoti di profondità crescente fino a oltre 500 km. E con una grande faglia (Alpine Fault) lungo la quale le due placche scorrono l’una accanto all’altra per poi invertire il senso di scorrimento. I terremoti più profondi interessano l’Isola del Nord e uno spicchio di quella del Sud, mentre nella zona intermedia si sviluppano solo sismi più superficiali.

Le velocità di spostamento di queste placche sono elevate (attorno ai 40-50 mm/anno), da un punto di vista geologico, e comunque molto più elevate delle velocità del Mediterraneo; inoltre le faglie sono più lunghe, ecco perché le magnitudo sono così importanti. Alcuni vulcani attivi molto pericolosi come il Taupo completano il contesto di una terra molto attiva e in cui i rischi naturali sono tutti molto elevati. I neozelandesi lo hanno imparato e ci convivono in maniera armonica, non mettendosi volontariamente in condizioni di rischio e non colonizzando le regioni più pericolose. In Italia invece la faglia del Monte Vettore, corresponsabile dei terremoti di agosto e ottobre ad Amatrice e Norcia, arriva al massimo a una trentina di km di lunghezza ed è spesso interrotta da altre faglie. E non ci sono placche così estese, ma solo blocchi crostali limitati. Tutta la dorsale appenninica è a elevato rischio sismico, insieme alla Sicilia orientale e al Friuli. L’unica scusa è che da noi i tempi di ritorno dei terremoti più forti sono molto più lunghi, tali da indurre una colpevole perdita di memoria dell’ultimo sisma. E certo non mancano i vulcani attivi e pericolosi, come il Vesuvio e i Campi Flegrei. Eppure gli italiani continuano a costruire senza tener conto del rischio sismico e perfino dentro i crateri, come ad Agnano, come se fossero spenti solo perché non eruttano da mezzo secolo o poco più. Per quello che riguarda il rischio naturale, in Nuova Zelanda si vive come se si fosse in Italia, peccato che in Italia si viva come se si fosse in un deserto piatto e privo di attività geologica. La differenza, a ben guardare, è tutta qui.


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