2017 mai tanti muri nel mondo

Nostalgia o coraggio: la scelta per i Millennials

Per decenni la città messicana di Tecate, celebre per le birre Tecate e Carta Blanca, è stata crocevia di ogni traffico, alcol, droghe, valuta, esseri umani. Via Tijuana, in Messico, e San Diego, Stati Uniti, lungo i sentieri e le spiagge di Baja California, i racket lasciavano arrivare in America le merci richieste, inclusa mano d’opera a basso costo, importando in Messico dollari.

Poi la California si separò, già negli anni Cinquanta e Sessanta, quando un reticolato metallico divise il confine, poi rinforzato con materiale bellico riciclato dalle piste per gli elicotteri nella prima Guerra del Golfo 1990. Nel 1994 le barriere si alzano ancora contro l’emigrazione clandestina, nel 2006 una nuova legge, Secure Fence Act, le irrobustisce, e oggi a San Diego sono tre i confini protetti da barriere.

I cittadini ne discutono in inglese e spagnolo, il “muro” ha eliminato criminalità, ma reso impossibili commerci e transazioni legali, ci vogliono due ore quando un tempo bastavano dieci minuti. Gli emigranti clandestini, contrabbandati da “coyotes”, staffette organizzate, o da soli a rischiare la vita (un tempo intere famiglie attraversavano di corsa il traffico delle freeways per sfuggire alla Migra, la polizia di confine) si spostano a est, verso New Mexico e Arizona e i muri li inseguono. In spiaggia sul Pacifico i cancelli si allargano sul mare, nel deserto si trasformano in metallo ondulato, ossessivamente numerato con vernice bianca, pannello per pannello, a Smuggler Gulch, la Valle dei Contrabbandieri, diventa una diga, contrafforte massiccio in sabbia giallastra. Ovunque sensori termici, filo spinato, raggi X e infrarossi, droni in volo con telecamere, elicotteri, jeep, gabbie da zoo, battute ogni giorno da 21.000 agenti.

Il muro tra Messico e Stati Uniti che Donald Trump urla nei comizi, e su cui ha costruito le sue prime fortune insieme all’editto - incostituzionale - contro il transito ai musulmani, costerebbe 12 miliardi di dollari (12 miliardi di euro) e servirebbe a poco, persone e traffici non filtrano da deserto e aree irraggiungibili. Obama, presidente Nobel per la pace, ha risolto il problema con il record assoluto di deportazioni nella storia (quanti in Europa conoscono questo dato?) due milioni e 600 milioni di illegali, e Trump proverà a batterlo, per l’angoscia dei circa 13 milioni immigranti clandestini. Oltre ottomila sfortunati sono morti nel deserto negli ultimi venti anni, nessuna croce li ricorda.

Difficile dunque che Trump eriga The Wall, il Muro, magari alzerà nuove torrette con guardie e fari, estenderà i reticolati, moltiplicherà le espulsioni, magari coinvolgendo anche i minorenni che Obama ha tutelato, ma la separazione fisica tra “gringos” e messicani l’hanno già inventata i democratici della California, senza troppo chiasso.

Quel che conta nel diktat di Trump, come in gran parte della sua straordinaria avventura politica che cambierà il mondo (in peggio, molti analisti temono), è però il simbolo, non la realtà. Mentre muri sorgono in Medio Oriente e nei Balcani, reticolati tornano a separare l’Europa dell’Est come la Cortina di Ferro che Winston Churchill deprecò nel 1946, l’Ucraina è lacerata da trincee, Brexit fa della Manica una frontiera come in passato, Trump importa la chiusura come bandiera politica anche in America.

La vera dialettica del XXI secolo, “Apertura e Inclusione” contro “Chiusura ed Esclusione”, ha cancellato ogni vestigia di “Sinistra contro Destra”, lasciando alla generazione dei Millennials la scelta, o barrarsi dietro la nostalgia di un passato che non tornerà - il mito ingenuo ed appassionante che tanti adepti recluta in Italia e tanti delusi si lascerà dietro presto-, o insistere con coraggio nell’aprirsi al futuro.

Per ora il vantaggio politico e culturale è alla chiusura, l’intolleranza, l’esclusione, complici crisi economica, terrorismo, emigrazione clandestina. Ma se presto le forze della tolleranza, oggi alle corde, non troveranno un modo per rilanciare una comunità senza discriminazioni, il mondo riscoprirà la verità che La Stampa citava nel suo supplemento sul nuovo secolo, a Capodanno 2000, contro l’ottimismo mieloso che circolava in quelle ore: la frase “i confini che non attraversano in libertà le merci sono attraversati in guerra dagli eserciti” è variamente attribuita all’economista del XIX secolo Frederic Bastiat, al liberale Otto Mallery, al filosofo illuminista Montesquieu. Chi l’abbia detta davvero non sappiamo, ma come questo giornale scrisse presago 16 anni fa, purtroppo è terribilmente vera.

@Riotta


[Numero: 60]