2017 mai tanti muri nel mondo

Gerusalemme laboratorio di convivenza

Di recente, in Israele, è scoppiata una piccola polemica in seguito a un mio intervento a una conferenza organizzata dalla Jerusalem Foundation in cui sostenevo la necessità di trasformare Gerusalemme in una specie di laboratorio dove testare la convivenza tra due etnie nell’eventualità che israeliani e palestinesi vengano trascinati, volenti o nolenti, in uno stato bi-nazionale o federale.

Sono passati quasi cinquant’anni dalla guerra dei sei giorni durante i quali, con entusiasmo e determinazione, ho attivamente sostenuto la creazione di due stati: Israele e Palestina. Due stati che dovrebbero riconoscersi e coesistere pacificamente l’uno accanto all’altro. Molti palestinesi e israeliani avevano rifiutato per anni di accettare la legittimità di una soluzione di questo tipo che invece, a poco a poco, ha preso piede presso la comunità internazionale e la maggior parte del mondo arabo fino a essere ratificata negli accordi di Oslo del 1994. Anche l’attuale governo di destra israeliano l’ha adottata in via ufficiale benché, di fatto, non faccia nessuno sforzo per attuarla, e pure l’Autorità palestinese, da parte sua, cerca di evitare di avviare seri negoziati con la controparte israeliana.

La zona orientale di Gerusalemme, che secondo gli accordi di Oslo dovrebbe diventare la capitale dello Stato palestinese, si sta trasformando in una città israeliana a tutti gli effetti e la possibilità che una frontiera la separi dalla parte occidentale appare insensata e irrealistica. Gli Stati Uniti e l’Europa hanno completamente fallito nell’imporre gli accordi di Oslo alle due parti, in particolare a Israele che continua a confiscare terre ai palestinesi per ampliare i propri insediamenti. I trattati di pace di Israele con la Giordania e l’Egitto per il momento reggono ma, considerati i gravi problemi interni di questi Paesi, la loro preoccupazione per i palestinesi è puramente retorica e anche il mondo arabo, sgretolato da sanguinose guerre civili, ha perso influenza e non mostra alcun interesse per il conflitto israelo-palestinese. L’idea di due Stati per i due popoli appare dunque sempre più impossibile da realizzare.

Analizziamo ora la situazione dei territori palestinesi. Nella Striscia di Gaza non c’è più alcuna presenza militare o civile israeliana e, per lo stato ebraico, Gaza è una specie di piccolo paese nemico contro il quale, di tanto in tanto, entra brevemente in conflitto. La Striscia tuttavia non è completamente isolata. Ha un confine aperto con l’Egitto e riceve merci e prodotti alimentari da Israele.

La Cisgiordania, in base agli accordi di Oslo, è divisa in tre zone: A, B e C. Le prime due, sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, includono le città di Ramallah, Nablus, Jenin, Hebron e Betlemme e costituiscono il quaranta per cento del territorio. L’area C rappresenta invece il restante sessanta per cento.

Le prima due zone sono amministrate da un governo palestinese che detiene anche il controllo militare della zona A, mentre quello della zona B è nelle mani degli israeliani. La stragrande maggioranza dei palestinesi vive in queste zone di parziale autonomia governativa e la polizia palestinese collabora con le forze di sicurezza israeliane per la prevenzione del terrorismo.

Nell’area C sorgono invece gli insediamenti israeliani dove, secondo caute stime, vivono circa 450 mila ebrei. A parere di molti non vi è alcuna possibilità di sradicare un simile numero di persone dalle loro case, né tantomeno di assorbirle economicamente entro i confini di Israele antecedenti al 1967. I palestinesi residenti nella zona C ammontano invece a circa centomila unità e sono loro a dover affrontare quotidianamente le indebite espropriazioni di terreni da parte di coloni estremisti, lo sradicamento di piantagioni, il vergognoso sfruttamento di manodopera sottopagata e la costante supervisione della polizia militare e dei servizi di sicurezza.

E qui entro nel merito della piccola polemica scoppiata tra me e i miei compagni della sinistra. Considerati infatti l’attuale situazione mondiale (che tende a un nazionalismo conservatore), la deplorevole situazione del mondo arabo (sprofondato nel caos e indifferente al conflitto israelo-palestinese che va avanti da più di centoquarant’anni), l’oltranzismo di destra dell’attuale governo israeliano e la testardaggine e la passività dell’Autorità palestinese, ritengo, come ho già detto in precedenza, che l’ipotesi di creare due stati per i due popoli appaia sempre più improbabile. Dobbiamo perciò iniziare a pensare ad altre soluzioni - di tipo federativo per esempio - che aggirino l’impossibilità di creare una rigida frontiera tra i due popoli. Quindi, come primo passo, si dovrebbe concedere la cittadinanza israeliana o il permesso di residenza ai centomila palestinesi residenti nell’area C (come è stato fatto a suo tempo con gli abitanti palestinesi di Gerusalemme est) per limitare i disagi dello stato di occupazione le cui metastasi cominciano ad avvelenare la democrazia israeliana. Una simile iniziativa garantirebbe infatti ai futuri cittadini i diritti di base di cui godono i loro vicini negli insediamenti. In sostanza verrebbero loro assicurati servizi di previdenza e assistenza sociale, un’assicurazione sanitaria, eventuali sussidi di disoccupazione, un salario minimo garantito e uno status giuridico analogo a quello dei coloni di fronte all’autorità giudiziaria israeliana. La concessione della cittadinanza o di un certificato di residenza precluderebbe inoltre l’indebita espropriazione di terre a soggetti privi di qualsiasi diritto in forza di arbitrari ordini militari. Un simile passo non significherebbe l’annessione immediata dei territori della zona C a Israele. Lo status di questa zona rimarrebbe identico a quello attuale: una regione contesa il cui destino sarà deciso nel quadro di un futuro accordo tra palestinesi e israeliani, sempre che questo ci sia. Intanto, però, potrebbe attenuare l’intollerabile atmosfera di apartheid di cui siamo testimoni ogni giorno e ridurre le metastasi morali dell’occupazione.

(Traduzione dall’ebraico di Alessandra Shomroni)


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