2017 mai tanti muri nel mondo

Europa, i vecchi fantasmi costruiscono i nuovi muri

Suo padre e molti dei suoi amici sono morti in un campo di concentramento nazista, lei stessa ha visto da vicino la furia della Shoah prima e la violenza cupa dello stalinismo poi. La filosofa ungherese Ágnes Heller oggi ha 87 anni, il volto segnato e le spalle minute. L’editore Castelvecchi ha appena pubblicato Breve storia della mia filosofia. Quando le chiediamo se ha voglia di ragionare con noi sul tema dei muri reagisce con l’entusiasmo di chi coglie sempre con gioia un’occasione di riflessione. In quel periodo era già lontana dall’Ungheria, sono gli anni della sua maturità, dove il rapporto con il marxismo coltivato grazie alla vicinanza con il suo maestro Gyorgy Lucàks, lasciava il posto a teorie più vicine alla filosofia morale e ai dibattiti etici della condizione postmoderna. «Non mi sono mai sentita non-libera – disse una volta di sé – neanche quando i nazisti mi stavano per sparare e io di fronte al Danubio mi chiedevo “Salto? Quando salto?”. Alla fine non ho dovuto saltare, la fucilazione fu annullata».

Dove si trovava Ágnes Heller quando cadde il muro di Berlino? Cosa ricorda delle sue emozioni di allora?

«Al tempo della caduta del muro di Berlino mi trovavo a New York. Insieme con mio marito (il filosofo Ferenc Fehér, ndr) avevamo scritto moltissimo sull’eventuale crollo del regime sovietico, ma non ce lo aspettavamo per davvero. Mi chiamò un amico dall’Ungheria per darmi la notizia, non riuscivo a crederci, uscii in preda a una strana euforia, e incontrai alcuni miei colleghi in un piccolo ristorante della zona. “Il muro di Berlino è caduto!”, gridai andando loro incontro. “Non è possibile”, mi risposero. In quell’occasione imparai che il caso è l’unico vero padrone della politica».

L’Ungheria fu il primo Paese dell’Europa dell’Est ad aprire le sue frontiere verso Ovest, avviando così il processo della caduta del muro di Berlino. Oggi guida invece il fronte di quei Paesi che i muri non solo non li vogliono abbattere, ma li vogliono costruire. Perché secondo lei?

«Il muro di Viktor Orban è un altro muro. Noi possiamo uscire, loro non possono entrare. Eppure c’è qualcosa in comune tra i due muri. Anche Orban ha costruito il suo muro contro l’Europa occidentale, contro Bruxelles, contro il liberalismo, contro il diritto alla libertà. E come ideologia, al posto del comunismo, ha messo il nazionalismo».

Ai tempi della Ddr si usava l’espressione “muro nella testa” per indicare coloro che comunque non riuscivano ad abituarsi alla libertà. Ci sono anche oggi “muri nella testa”? Di cosa sono fatti?

«Di nazionalismo, che al giorno d’oggi ha la capacità di strutturare l’identità in Europa molto più di altre ideologie o religioni. Il cosiddetto “muro nella testa” – che poi è l’incapacità di gestire la propria libertà – si costruisce e si rafforza anche con l’aiuto del nazionalismo, non solo in Ungheria».

C’è una responsabilità di Bruxelles secondo lei?

«Come ho già avuto modo di dire dieci anni fa durante un seminario proprio a Roma, la cecità degli euroburocrati produce una serie di rischi. Costoro infatti ritengono che tutto sia sempre più o meno a posto, e non vedono mai pericoli reali. Un tempo bisognava fare i conti con guerre e conflitti, ad esempio fra Paesi, o fra il centro e la periferia. La situazione negli ultimi dieci anni è ancora peggiorata. Certo, la crisi dei migranti non si poteva prevedere, almeno nelle sue dimensioni, ma che avrebbe portato all’insorgere di conflitti, questo sì. La crisi dei migranti sintetizza in un modo direi plastico lo scontro tra i generali diritti dell’uomo e i diritti dei cittadini di una nazione, e non è una cosa che si può trattare in modo demagogico né in modo burocratico».

Quando parla di approccio demagogico a cosa si riferisce?

«Ci si richiama sempre ai tradizionali valori europei, come se la tradizione liberale fosse l’unica tradizione dell’Europa. Nel ventesimo secolo invece ci sono state molto poche democrazie in Europa, e sempre per breve tempo. Dalla prima guerra mondiale l’Europa è stata il continente degli Stati nazionali e degli “uomini forti”, altrimenti detti dittatori. Il nazionalismo è il passato non confessato e non affrontato di ogni Stato europeo».

Crede che ci sia anche una responsabilità degli intellettuali nell’incapacità di offrire una narrativa convincente dell’Europa?

«Non i filosofi, ma i governi europei e i politici sono responsabili del futuro. Dipende da loro se l’Unione sopravviverà e nel caso, in che modo. L’Europa ha bisogno di uomini di Stato ragionevoli, non di burocrati, di persone capaci di visione, che abbiano la forza di non scendere a compromessi con il nazionalismo radicale e siano coscienti della loro enorme responsabilità. Uomini sinceri e che sinceramente parlino anche del passato inconfessato di questa Europa. Oggi vedo solo due persone in grado di tenere testa a un compito del genere: Angela Merkel e Papa Francesco. Ma all’Europa ne servirebbero almeno dieci. E forse ci sono, anche se fino ad ora non hanno avuto spazio per mostrarsi nella gestione della cosa pubblica. Anche i buoni burocrati possono cambiarsi in uomini di Stato».

Lei ha visto e vissuto gli orrori del nazismo e la brutalità del comunismo. Cosa pensa di questi nostri tempi?

«Che la terra è un posto pericoloso, e che potrebbe essere molto amaro rendersene conto troppo tardi».


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