2017 mai tanti muri nel mondo

Calais, inaugurato il “recinto” ma gli intéllos non si indignano

Francia dove sei? Se ci sei batti un colpo. Proprio ora che il muro l’hanno innalzato a casa tua, che hanno murato la Patria dei Diritti umani, perché non dici niente? I fiorellini da una parte, il cemento armato dall’altra: è ingegnosamente double-face il “Great Wall” mimetico di Calais, la barriera da 2,7 milioni di euro finanziata dal governo di Londra per impedire ai migranti in fuga di passare in Gran Bretagna.

Un recinto ad alta portata simbolica tra due nazioni di quello stesso Occidente che, almeno a parole, tanto si scandalizzò per iniziative simili ai confini orientali dell’Europa, Ungheria & Co. Ora, invece, zitti e mosca: lo sdegno è rinviato al prossimo muro, meglio se a debita distanza.

Lungo un chilometro per 4 metri di altezza, il cosiddetto recinto “anti-intrusione” è stato inaugurato a metà dicembre nella generale indifferenza. Un laconico comunicato della prefettura e poi “voilà, les jeux sont faits”.

Munito di sistemi di sorveglianza di tipo Nato, dista poche centinaia di metri dalla ex bidonville, la “Giungla” dei diecimila migranti di Calais che il governo socialista di François Hollande si è deciso a sgomberare in autunno. L’intento è blindare l’accesso all’autostrada impedendo così ai profughi di introdursi illegalmente nei camion diretti all’imbarco per Dover, dall’altra parte della Manica, come per anni, rischiando la vita, hanno cercato di fare nella speranza di raggiungere l’Inghilterra. Un fianco della parete, lato automobilisti, è ricoperto da piante rampicanti, un vezzo estetico, per integrarlo al “meglio nel paesaggio”, spiegano i promotori. Fianco migranti, invece, la superficie è liscia e affilata come una lama di ghiaccio: il solo pensiero dell’arrampicata risulterebbe inverosimile anche al più temerario free climber. A vederlo da vicino, grigio e inespugnabile, con le videocamere sistemate ad arte e il filo spinato, si direbbe un carcere senza prigione: un avveniristico penitenziario per detenuti a cielo aperto.

I lavori iniziarono il 20 settembre, invano, il sindaco di Calais, Natacha Bouchart (destra, Les Républicains), cercò di fermarli. Per lei, dopo lo sgombero e la successiva ripartizione di 5.253 esiliati, tra cui sudanesi, afghani e siriani, nei 197 centri di accoglienza e orientamento (Cao) del Paese, quel cantiere non aveva più senso. Ma il ricorso fu bocciato dal Tribunale amministrativo, convinto che prima o poi i Misérables erranti finiranno per tornare da quelle parti. Così la betoniera ha ripreso a girare. Il muro è stato consegnato il 12 dicembre e salvo Ong come Amnesty International o una petizione degli attivisti britannici nessuno ha avuto da eccepire. A gridare “Indignez-vous!” neanche il più impegnato intellettuale o filosofo engagé parigino, non un corteo della gauche, non uno studente incatenato davanti alla Sorbona.

Nella patria dei diritti che pure denunciò stizzita i muri dell’Est lo sgomento si concede una pausa. Per una volta anche l’indignazione è in sciopero. Ai francesi il muro anti-migranti tra i due Paesi della libertà non sembra turbare più di tanto. Lo hanno così sotto al naso che forse non lo hanno visto.


[Numero: 60]