Amatrice ricostruita dai bambini

Un’amatriciana tra le macerie: “Salviamo il sugo”

La ricetta del sugo, innanzitutto. «Per fare l’amatriciana non servono segreti, bisogna solo rispettare la tradizione. Guanciale stagionato. Niente olio. Pomodori San Marzano. Pecorino nostro di Amatrice. Un pizzico di peperoncino e pepe fresco macinato al momento». Il ristoratore Franco Serafini, 55 anni, racconta il suo passato e forse il futuro da una casa dell’Aquila. È passato da una città terremotata all’altra. «Quando ci hanno visti arrivare, hanno detto subito: “Voi siete quelli di Amatrice!”. Forse ci riconosciamo dagli occhi, non lo so. Ma insomma, fare amicizia qui non è stato difficile».

Da un mese vive con la moglie Anna, i gatti Mina e Briciolo in frazione Sant’Elia: «Siamo nelle casette costruite dopo il sisma del 2009, davanti alle campagne, ma abbastanza vicini al centro storico dell’Aquila in ricostruzione. È pieno di gru e di cantieri. Mi piace stare qui perché vedi i lavori in corso. Ti dà l’idea che si può ricominciare. Mi piace anche perché stiamo in queste casette basse, costruite su piastre di cemento armato. Sono elastiche. Quando la terra trema ti senti come in una culla. Le scosse si sentono ancora, anche in questi giorni. Ma molto meno».

Era il proprietario del ristorante La Lanterna, sessanta coperti, all’inizio di Amatrice, vicino alla chiesa di Sant’Agostino. Dalla notte del 24 agosto è tornato dentro il suo locale soltanto due volte. La prima quella stessa mattina, rischiando la vita in mezzo alle macerie, per prendere l’affettatrice e dei coltelli per preparare dei panini ai soccorritori. La seconda, qualche settimana più tardi, accompagnato dai vigili del fuoco per recuperare alcuni documenti. Tutto il resto era inservibile.

L’epopea dell’amatriciana era fatta di locali come il suo, e di altri con questi nomi: Il Castagneto, Il Roma, Matrù, Mari e Monti, La Conca, Il Tritone, Da Patrizia. E se non erano i bucatini con il guanciale, erano altri sapori forti di quella terra: «Agnello alla cacciatora, il brodetto con cannella e limone. La trippa. La gricia. I gnocchi ricci con sughetto leggero di abbacchio».

Franco Serafini è nato ad Amatrice. Ha inaugurato il suo locale il 13 agosto del 1989. «Giusto qualche giorno prima della sagra. Il nostro momento più bello. Con il paese in festa, pieno di villeggianti e di tutta la gente delle frazioni. Adesso quel momento è stato cancellato dal disastro, è come se si fosse preso anche i ricordi felici». Cosa le manca di più? «Tutti gli amici che sono morti, i compaesani che stavano lungo il corso. Non li dimenticherò mai. Io ho avuto la fortuna di abitare tre chilometri fuori, la casa è inagibile ma siamo vivi. Mi mancano tutti e poi mi manca il lavoro, le piccole abitudini. Il rito quotidiano. Alzarsi la mattina, il primo caffè al bar. Eravamo una famiglia, tutti quanti. Ora siamo sparsi».

Molti hanno seguito il signor Serafini verso l’Aquila, altri hanno preferito gli hotel sul mare vicini a San Benedetto del Tronto. Nessuno ha ancora ricevuto i soldi promessi dal governo. Per un piccolo imprenditore come Serafini, 1000 euro al mese per otto mesi. «Hanno detto che i soldi arriveranno a Natale, speriamo di quest’anno…». È l’unica battuta amara, di cui subito si dispiace. La rabbia non fa bene ai sogni. Quasi tutti gli abitanti di Amatrice torneranno a marzo per inaugurare quella che per ora è chiamata «l’area food».

«Metteranno noi ristoratori insieme, sotto una nuova struttura, nella zona sicura di San Cipriano, vicino alle scuole». Una specie di centro commerciale? «Non c’è altra possibilità, per ora. Tornare in paese non si può. Ma penso che dobbiamo prendere quello che verrà, altrimenti resteremo senza niente. Dobbiamo almeno provare, darci da fare. Faremo da mangiare agli operai impegnati nella ricostruzione e a tutti i turisti che verranno, sarà come prenderci cura del nostro paese. Torneremo a cucinare l’amatriciana ad Amatrice. Certo, non sarà come prima, ma almeno sarà un inizio».


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