Amatrice ricostruita dai bambini

La paura di restare soli divisi da antiche rivalità

Valgono di più quasi trecento morti oppure un’intera basilica dedicata al patrono dell’Unione Europea crollata davanti agli occhi del mondo? E quanti punti dare agli interi paesi abbandonati delle Marche senza poter fare altro che arrendersi e accettare? Conta di più il richiamo degli spaghetti all’amatriciana oppure quello dei salumi di Norcia? Domande scomode, cattive, brutte da sentire e ancora di più da immaginare ma, a volte, la realtà non è così bella come si vorrebbe far credere. Il 24 agosto Amatrice si ritrovò distrutta e con un tributo di morti che da secoli non si ricordava, nessuno avrebbe pensato di tornare davvero indietro nel tempo, a quell’epoca dei comuni, in cui Amatrice, Norcia e Arquata erano fiere nemiche, borghi ben decisi a combattersi con ogni mezzo.

Assedi e battaglie

Erano tempi in cui Spoleto era un ducato, Ascoli una contea e tutto il territorio rappresentava il confine settentrionale del regno di Napoli. Nel dodicesimo secolo se ne impadronirono i normanni, ma era molto ambito anche dallo Stato pontificio. Accumoli fu fondata in quest’epoca e iniziò subito a combattere contro Norcia, che si era alleata con Spoleto per espandersi. Era il 1201, dopo molti anni di assedio e battaglie Accumoli fu costretta a arrendersi, nel 1255 fu ceduta al comune di Ascoli Piceno. Nel frattempo Amatrice era già da almeno due secoli un borgo con mura e difese, in grado di battersi contro qualunque nemico esterno – in particolare vicino - una macchina da guerra gelosa della propria identità e del proprio territorio, molto in anticipo rispetto agli altri comuni della penisola.

Non tremate

I tempi sono cambiati e il 21 dicembre hanno provato a dimostrarlo in tanti con una maratona. Partenza da Amatrice alle sette del mattino e arrivo previsto a Norcia dopo oltre settanta chilometri e otto ore di corsa, passando per i luoghi-simbolo del terremoto, da Accumoli a Arquata. La maratona si chiama #nontremate e ha visto la partecipazione di atleti di tutti i borghi, senza rivalità, seguiti da un furgone carico di doni di Natale per i bambini.

La forza di queste iniziative non basta per fermare le polemiche. Qualcosa dell’antica rivalità è rimasta nell’animo di chi abita da queste parti (come in tutto il resto d’Italia) e il terremoto l’ha fatta riaffiorare con polemiche, frecciate, confronti continui. Quando agli inizi di novembre nell’aula della Camera dei Deputati si tenne una lunga sessione con la presenza di 600 sindaci delle città italiane, il dramma delle popolazioni colpite dal terremoto era in pieno corso. Davanti ai microfoni i primi cittadini soppesarono le parole con cura ma senza nascondere davvero il loro pensiero.

«Ho la sensazione che qualcuno ci stia abbandonando», disse Sergio Pirozzi sindaco di Amatrice mentre i riflettori in quel momento erano tutti per Norcia dove una settimana prima era crollata la basilica di san Benedetto. «Comprendiamo che l’attenzione ora sia tutta rivolta ai Comuni colpiti dall’ultimo terremoto» – aggiunse Aleandro Petrucci, sindaco di Arquata del Tronto, trasformata in deserto dalla scossa del 24 agosto –. «Nel mio Comune non c’è neanche una persona. Si è fermato tutto, non c’è neanche una mensa, un esercizio aperto per comprare un panino. Le istituzioni sono sempre presenti, certo, ma i fari ora sono tutti puntati su Norcia. Eppure il territorio è lo stesso».

Se queste sono le parole dei sindaci in un luogo ufficiale e paludato come l’Aula della Camera dei Deputati, si può immaginare che cosa pensi e che cosa dica la popolazione, messa a dura prova dalle scosse e dalle difficoltà di una vita in albergo oppure tra roulotte e tende. «A tre mesi di distanza poco è stato fatto, il malessere è forte. Amatrice sta cadendo nell’oblio», racconta Nanina Colore, pittrice, artista, operatrice della cooperativa sociale Loco Motiva di Rieti. «I riflettori si sono spostati su Norcia e a Amatrice cresce il malcontento di pari passo con la paura che hanno le persone di vedere che il freddo si avvicina e non si fanno grandi passi avanti.

Silenzio tombale

Le casette arrivate sono poche e solo quelle acquistate in giro per l’Italia con i propri soldi. Poche sono le macerie rimosse rispetto al totale e ci sono intere frazioni chiuse con nastri dove silenzio tombale e gatti randagi sono le uniche realtà. Il sipario rischia di calare per lungo tempo e con esso tutte le aspettative di queste anime crollate insieme con le loro abitazioni e le attività. L’Umbria invece viaggia veloce, ha un numero importante di sfollati e ha accelerato il passo. Amatrice è sempre più piccola e si sente da sola. Il sindaco Pirozzi è stato bravo ma ora non basta più».

Confine

Ma anche tra Umbria e Marche la polemica è forte. Bruno Filotei è il titolare della norcineria che dal 1890 vendeva salumi e prodotti locali sul corso di Norcia. Fu il nonno il primo a credere nella lenticchia di Castelluccio e a valorizzarla. La famiglia era di Arquata, dopo la scossa del 24 agosto, Bruno ha perso sei familiari, oltre alla casa. Dopo il 30 ottobre ha dovuto abbandonare anche il negozio. E ha iniziato a non riconoscersi più nemmeno nel paese che lo ospitava da oltre un secolo. «La mia famiglia ha una storia su quel corso, ma dopo il terremoto ci sono stati movimenti strani, che non capisco, nessuno mi ha inserito nelle iniziative per ricominciare. Sto facendo da solo e lo sto facendo altrove. Mi sono trasferito ad Ascoli, non credo che tornerò a Norcia». Resterà nelle sue Marche. Metterà un confine tra sé e la sua vita precedente. Come avrebbero fatto i suoi antenati al tempo dei comuni.


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