Amatrice ricostruita dai bambini

Il corto circuito con Charlie Hebdo quella vignetta era stata scartata

«Ballo tragico a Colombey. Un morto». Nel lontano 1970, questo titolo in copertina che irrideva la scomparsa del presidente Charles de Gaulle nel suo piccolo villaggio di Colombey pochi giorni dopo un fatto di cronaca che vide la morte di vari giovani in discoteca, valse al settimanale satirico Hara Kiri una chiusura immediata per ordine del ministero dell’Interno. Charlie Hebdo fu creato per sostituire Hara Kiri ma continuare a tener vivo lo stesso spirito dissacrante. Questo aneddoto permette di capire meglio «l’esprit Charlie» e rileggere, a distanza di quattro mesi, la polemica attorno alla vignetta su Amatrice e le «Lasagnes à l’italienne» per cui, comprensibilmente, la popolazione locale vittima del terremoto si è sentita offesa. Ma la verità è che l’atteggiamento razzista o di disprezzo verso le vittime è totalmente estraneo allo spirito di Charlie Hebdo, nato sulla scia del maggio 68, nella sinistra extraparlamentare, libertaria e ambientalista. Anzi, la sua battaglia di sempre è quella di sfidare con matita e vignette tutte le oppressioni come quella dell’islam radicale che tenta di opprimere la libertà di pensiero e dei comportamenti.

Ma una vignetta può essere sbagliata e soprattutto incompresa. Secondo Charlie Hebdo, si deve ridere di tutto, compreso della morte che sia a Colombey o a Amatrice. In un spirito goliardico che per tratti ricorda il Mario Monicelli di «Amici miei», la pulsione vitale consiste nell’essere capace di non porsi limiti alla battuta, al paradosso, all’umorismo graffiante, irriverente e provocatorio che sia sulla politica, la religione, le istituzioni in generale e anche i dolorosi fatti di cronaca. Autocensurarsi è in qualche modo abdicare alla missione desacralizzante e alla libertà di creazione. Come avviene nei brain storming aziendali, nelle riunioni di redazione ogni idea, anche la più minuta intuizione per quanto di cattivo gusto viene disegnata, senza freni o limiti per fare emergere la vignetta che sarà pubblicata in copertina. Le altre, quelle scartate, vengono salvate in una rubrica nelle pagine interne sotto la voce: «Le copertine a cui siete scampati». Così, la vignetta su Amatrice era stata scartata dalla redazione e messa all’interno del giornale, destinata a un pubblico estremamente limitato, quello degli appassionati dell’umorismo di Charlie Hebdo che era composto di circa 30.000 lettori, prima dell’attentato di gennaio 2015.

Di sicuro, la strage di due anni fa ha totalmente cambiato lo statuto e la visibilità del settimanale. Ogni disegno di Charlie non è più solo visto dai suoi affezionati lettori, dalla sua «famiglia di pensiero» ma da centinaia di migliaia di persone di orizzonti e sensibilità diverse, con dei tabù, dei limiti un senso dell’umorismo diverso e spesso in contraddizione con lo spirito di Charlie. La satira non è la stessa negli Stati Uniti (dove non si può irridere la religione), in Italia (dove si può difficilmente scherzare sul Vaticano) o in Francia (dove si comincia con l’ironia sui religiosi). Charlie Hebdo è diventato, suo malgrado, un media globale. E cosi, le vignette del settimanale che, lodevolmente non ha voluto cambiare la sua linea editoriale dopo l’attentato, escono dal contesto e dal cerchio a cui erano destinati. Di qui, il cortocircuito su Amatrice. L’incomprensione. Il dolore. Il sentimento di offesa. Questo episodio chiama in primo luogo gli organi di stampa il cui compito primario è contestualizzare, «inter-mediare» tra i fatti e i lettori, non rimanere in superficie facendo passare Charlie Hebdo per un settimanale xenofobo, qualunquista e in cerca di pubblicità.

«La vignetta è terribile, il termine lasagne è terribile, tutto lo è, ma va letto nel contesto alimentare messo in piedi sin dall’inizio. E poi va tenuto conto della distanza della Francia che non ha vissuto il terremoto sulla propria pelle», commentò argutamente il vignettista Vincino su La Stampa. Ed era un modo di dire che non si può essere Charlie a giorni alterni perché «c’è la satira intelligente e quella idiota, ma la satira non la si può né deve limitare».


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