Questa Roma può essere la capitale dItalia

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Leggendaria e pirotecnica è la (chiamiamola così) “creatività linguistica” del romanesco. Che è la ragione per la quale ai discendenti di Romolo e Remo la battuta sgorga “dalle viscere” spontanea e verace alla velocità della luce. Ed è il motivo per cui, complice anche la romanizzazione dell’italiano per via televisiva, la lingua patria è piena di espressioni e locuzioni tipiche dell’Urbe. Serve un esempio (tra i tanti)? “Accollo”, parola (polisemica) regolarmente censita e contemplata dai santuari della nostra lingua (dalla Crusca alla Treccani), ma che è diventata popolare nella peculiare versione fornita dal dialetto romanesco, dove ha un significato (inesorabile...) assai differente dall’italiano. Accolli, allora, intesi come persone pedanti, oppure scocciature, fardelli, quelli che incombono sull’esistenza di tutti e vengono reinterpretati e illustrati nell’ultimo graphic novel di Zerocalcare, esploso da tempo come un autentico fenomeno editoriale e sforna-bestseller. L’elenco telefonico degli accolli (Bao, pp. 192, euro 17), raccolta delle storie brevi dell’ultimo biennio pubblicate sul suo blog a cui si aggiunge un lungo racconto inedito, rappresenta l’almanacco delle personalissime ossessioni di Michele Rech, tra incalzanti scadenze lavorative, bollette da pagare, tic, relazioni con la consueta banda di amici dalle fattezze zoomorfe e litigi su Internet e social. Uno zibaldone della (complicata) vita contemporanea e una sorta di versione postmoderna delle Confessioni, galleggiante sul caratteristico immaginario pop (tra Guerre stellari, fantasy, fantascienza e videogiochi) dell’autore e della sua generazione. Ma anche narrativa disegnata, come sempre in Zerocalcare “da Rebibbia”, immersa fino al collo (che non è l’accollo, ma in qualche modo ci azzecca...) nella romanità. Linguisticamente, “antropologicamente”, umoralmente, e chi più ne ha più ne metta. Un Bildungsroman a strisce, un graphic novel di formazione che nulla c’entra con la “grande bellezza” (ovvero bruttezza), ma ci restituisce una Roma sincera e vera. Ao’.


[Numero: 2]