Questa Roma può essere la capitale dItalia

Se Pol Pot buonanima fosse stato sindaco

Ho vissuto a Roma nove mesi. L’ho fatto da privilegiato, lavoro di soddisfazione, ricco emolumento, sistemazione confort, autista in Mercedes.

È stato il periodo più deprimevole della mia vita, me ne sono tornato a casa portandomi dietro una malattia che non conoscevo,

le crisi di panico (PA/s nel catalogo

diagnostico). Per quello che ho toccato con mano, tutti i luoghi comuni su Roma sono più che ragionevoli constatazioni del reale, ma la gran paura che mi son preso e mi son tenuto, quella viene dalla sua natura non comune di macchina dell’umiliazione. A Roma è un’esperienza umiliante prendere un taxi, chiedere un caffè, tentare l’attraversamento pedonale, provare a comprare mezzo litro di latte da qualche parte, uscire per strada a notte senza il cane, ma non è questo genere di pittoresche umiliazioni ad avermi terrorizzato, bensì la sua truce natura di istituzione concentrazionaria e totalitaria. Quella città è architettata per piegare chi la abita alla più umiliante delle condizioni dell’essere, quella della cattività,

della segregazione, dell’isolamento.

La libertà di movimento, il diritto di ognuno

di spostarsi ovunque in tempi ragionevoli,

che è il fondamento della democrazia urbana,

è condizione osteggiata, repressa,

non contemplata. Senza distinzioni di classe, esclusa di rigore l’iperclasse della corte

imperiale, autista con limousine o tesserino del tram, nessuno vive a Roma, ma ognuno è ergastolano nel suo quartiere, del suo stalag, della sua borgata, del suo gulag. Si può

evadere a piedi, ma la mortalità pedonale è la più alta d’Europa. E mi ha spaventato

a morte l’idea che in questo non ci fosse

una volontà e un artefice da combattere e giustiziare, ma l’ovvietà di una intrinseca follia. Avrei patito ma non mi sarei ammalato se sindaco di Roma fosse stato Pol Pot

buonanima perché almeno avrei capito.


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