Siamo ammalati della paura di ammalarci

Scienze e tecnoscienze sono gli dei di una nuova religione che teme una fetta di prosciutto

«Dateci i soldi e lasciateci giocare», diceva un Nobel, Peter Medawar. Lui e tanti altri ricercatori hanno giocato così maledettamente bene che oggi la scienza (anzi, la tecnoscienza) è ovunque. Potente e onnipotente. Al punto da sedurci e spaventarci, come sapevano fare le divinità classiche nelle incursioni dall’Olimpo. Ci entusiasmiamo all’idea di colonizzare i canyon di Marte e ci terrorizziamo per la possibilità che una fetta di prosciutto scateni il cancro, mentre viviamo una seconda vita nel frastuono psichedelico degli universi virtuali.

Intanto l’esistenza reale, di carne, sangue e Dna, si è allungata al punto che ogni neonato occidentale può prevedibilmente tagliare il traguardo dei 120 anni. Per lui gli scienziati prevedono un’esistenza da cyborg. Diventerà (e diventeremo) un’interfaccia con i robot intelligenti che comporranno un’umanità parallela, mentre miliardi di nanosonde pattuglieranno gli organi di ciascun individuo per prevenire infezioni e malattie. Il Grande Fratello di Orwell è la misera caricatura di una condizione pervasiva che va al di là delle utopie e delle distopie fantascientifiche. Gli scienziati sostengono che siamo nel mezzo di un “cambio di paradigma”.

Ogni giorno la società globalizzata produce dati equivalenti a miliardi e miliardi di copie di un tomo impegnativo come Guerra e Pace e ci spinge a un grado di attenzione ai limiti del tollerabile. È più importante posare la nostra fragile attenzione sugli scenari dell’emergenza climatica o lasciarla planare sulla manutenzione del nostro Genoma? Siamo costretti al multi-tasking e l’impresa prevede una costante auto-osservazione: è una vera ossessione per l’equilibrio psicofisico, al punto da essere la versione medicalizzata e high tech dei gesuitici esami di coscienza di Ignazio di Loyola. L’anima, forse, ci è sfuggita di mano, in compenso quel vuoto si colma sia di tecnoscienza sia di superstizione. Fisici, biologi e matematici progettano il mondo che è già tra noi (un intreccio creativo di Big Data e Intelligenza Artificiale), mentre gli altri fanno fatica a trovare un equilibrio tra euforia e panico: quanto ci fa bene e quanto ci fa male la Big Science, la Grande Scienza? La risposta – suggerisce una star come Martin Rees, ex presidente della Royal Society – è che ci fa molto bene, a patto di migliorare noi stessi, adeguando i pensieri e addomesticando le emozioni. La sfida equivale a un vertiginoso salto evolutivo: la scienza ci provoca là dove ideologie e religioni hanno collezionato più fallimenti che successi.


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