Questa Roma può essere la capitale dItalia

Sarebbe la città più bella del mondo non fosse per noialtri

Non è soltanto la scritta Dux sull’obelisco del Foro italico: di segni ce ne sono ovunque, si aspettano i bambini fuori da scuola e l’incisione fissa all’anno VI dell’impero la costruzione dell’edificio; il fascio littorio è lì come su mille muri romani perché l’opera di sradicamento venne presto a noia, e a fatica, dopo qualche foto celebrativa. Si fece però in tempo a buttare nel Tevere il direttore di Regina Coeli, Donato Carretta, e poiché non moriva alcuni volontari salirono su un natante e lo uccisero a colpi di remo. Nel medio evo, a Carnevale, si faceva rotolare un ebreo dentro una botte chiodata giù da monte Testaccio e ancora oggi, siccome non sta bene fare mercimonio di Cristo, i negozi aurei e argentei all’ingresso del Vaticano, in via della Conciliazione, sono in gestione a ebrei, così si fa cassa, e il sacrilegio è imputabile ai soliti deicidi; però dopo la razzia del ghetto, il 16 ottobre 1943, monasteri e conventi furono il rifugio di migliaia di “giudii”. «La Roma del 1595 è già quella del 1795» si legge nelle Passeggiate romane di Stendhal, perché l’amministrazione è corrotta e inetta e i romani si riempiono la pancia dandosi al brigantaggio; se non è troppo il fascino per Luigi Vampa, il brigante amico del conte di Montecristo che è il meglio di quella Roma meschina (dove «tutti pretendono d’arrivare all’immortalità in carrozza», secondo Giacomo Leopardi), ci sarebbe da chiedere il permesso a Stendhal di aggiungere che la Roma del 1595 è già quella del 1795 e del 1995, e fino al 2015: si campa d’illecito per tirare a fine mese, o per arrotondare, o per il gusto d’essere briganti in terra di briganti; se la chiamano mafia capitale e i politici sono ladri fino all’ultimo scontrino, a nessuno di noi che vive a Roma sarà negata la sua piccola parte di saccheggio.

Ebbene, non ci sono altro che tesi e antitesi, spesso violente e passeggere ma ripetitive. Un pigro regista di oggi aprirebbe il suo film di malinconica denuncia con l’immagine di cassonetti travolti di spazzatura, magari un ratto guizzante, e sullo sfondo la basilica di San Pietro. Dov’è la sintesi? Non nelle settanta o ottanta iscrizioni del XVIII secolo, tutte restaurate e amorevolmente conservate, in cui si proibisce, per ordine di monsignore illustrissimo e reverendissimo presidente delle strade, di «fare il mondezzaro nel presente luogo», pena scudi 25. Vedete? Non è vero che qui pure il bello diventa brutto, anzi il bello resiste ai millenni e ai quotidiani stupri, talvolta trasforma in bello anche il brutto: venti secoli fa le navi arrivavano all’isola Tiberina per scaricare vino, olio e spezie e ripartendo si gettavano le anfore sempre nello stesso punto, anfore su anfore, fino a farne una collina, una montagna su cui poi sono cresciuti erba e alberi e oggi è monte Testaccio, coi ristoranti, i musei, i luoghi del jazz. Sarebbe la città più bella del mondo se non fosse per noialtri, uno a uno, e forse per questo è la capitale perfetta di un paese che sarebbe il più bello del mondo, se non fosse per noialtri, uno a uno. Ma non ci entra nella zucca perché non sappiamo, a proposito di Leopardi, che a Roma si trova «assai maggiore sciocchezza, insulsaggine e nullità, e minore malvagità di quella che mi aspettassi».


[Numero: 2]