Questa Roma può essere la capitale dItalia

Qui di eterno è rimasta soltanto l’antipatia

Mafia capitale non è ancora diventata un sinonimo di Roma, ma poco ci manca: l’accostamento con Cosa nostra è soltanto l’ultima deriva scandalosa per una capitale che non è mai stata molto amata dal resto degli italiani. Certo, un secolo e mezzo fa, quando l’Italia era ancora incompiuta, l’artefice della riunificazione, il piemontese francofono Camillo Benso di Cavour, solennemente indicò come futura capitale Roma, città simbolo di una civiltà, di una cultura, di una storia. Gli antipatizzanti, pur sconfitti, si manifestarono subito: il conservatore cattolico Stefano Jacini battezzò come «idea da antiquari» quella di stabilire la capitale a Roma, «belletto di un’Italia decrepita» e in ogni caso il trasferimento della guida della nuova nazione da Firenze a Roma fu approvato al Senato con 94 sì e ben 39 no.

E non passarono molti anni prima che si determinasse il primo corto circuito: il devastante scandalo della Banca romana, alla fine dell’Ottocento, determinò quella equivalenza tra capitale e corruzione con la quale Roma ha dovuto poi convivere. E da quel momento quasi tutti gli intellettuali chiamati a dir la loro sulla capitale, non si sono mai tirati indietro nel denigrarla. Dal nazionalista Giovanni Papini ai primi del Novecento («Roma è stata sempre intellettualmente parlando, una mantenuta») fino al progressista Alberto Moravia che nel 1971 arrivò a dire: «Come si fa a volere bene a Roma, città socialmente spregevole, culturalmente nulla, storicamente sopravvissuta a furia di retorica e di turismo?». E più di recente il napoletano Paolo Sorrentino, pur non volendo fare un film contro Roma, ma semmai su una società rilassata, ha trovato che proprio la capitale fosse il miglior fondale per la sua “Grande bellezza”.

Alla “fortuna” di Roma non hanno contribuito, nel primo dopoguerra la retorica mussoliniana e nel secondo dopoguerra il dilagare della cadenza romanesca nei film, in tv, ovunque. Però la “fortuna” della capitale non è ulteriormente degradata per effetto delle invettive più lapidarie, a cominciare dallo slogan leghista “Roma ladrona”, del quale non si sa più nulla. L’abbassamento dell’etica pubblica sotto livelli di sicurezza, lo dicono le indagini della magistratura (a cominciare da Milano), non è una prerogativa dei romani o dei “sudisti”. Semmai, 144 anni dopo la proclamazione a capitale d’Italia, Roma non è riuscita a conquistarsi ancora quel ruolo di leadership politica e culturale che la sua storia “eterna” lasciava immaginare.


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