Questa Roma può essere la capitale dItalia

Porto a Hollywood una Roma senza Pasolini

La prima volta è successo a 15 anni: «Ci siamo infilati in una 126, guidava un amico diciottenne, siamo andati a una festa nel quartiere africano, non eravamo mai usciti dal rione, ci sembrava di attraversare lo spazio. Mentre tornavamo, alle 2 di notte, ci siamo fermati a Piazza Navona, ci sentivamo come se stessimo sulla luna. Era novembre, e quella sera ho cominciato a fumare». La rampa di lancio era Testaccio, quartiere storico della Roma operaia e combattiva, oggi riscoperto in chiave trendy

e modaiola, sulla riva est del Tevere, dove Valerio Mastandrea, classe 1972, è cresciuto e vive tuttora, dopo aver abitato alla Garbatella: «Roma è tutta casa mia, anche se ci sono posti che mi mettono a disagio e altri di cui misuro l’umanità immaginandomeli il 15 agosto...». Perchè Roma è tante cose insieme, «se non cedi alla tentazione di raccontarla solo come nucleo del potere». Quella dei «mini-sindaci di alcune circoscrizioni che sono riusciti a fare politica vera», quella che alle nove di un sabato mattina assiste alla prima maratona

per Stefano Cucchi: «500 persone unite per rompere il silenzio», quella «che mi raccontava il mio bisnonno, ricordando i tempi

in cui le bande di “pischelli” di 10-12 anni si azzuffavano sui ponti, tirandosi le pietre». In mezzo a tutto questo scorre

il Tevere, uno stato d’animo con cui bisogna fare i conti: «Il fiume nasce e finisce, ma tu lo vedi sempre quando passa e non si ferma mai, da una parte ti concilia, dall’altra ti mette ansia». Più avanti c’è il mare dove andrà a buttarsi. Il mare di Ostia, teatro di due epiloghi, quello di Pier Paolo Pasolini e quello

di Claudio Caligari che, con l’aiuto di Valerio Mastandrea, ha girato, proprio lì Non essere cattivo, l’ultimo film della sua vita: «Pasolini non l’ho conosciuto, Claudio sì, molto bene. Loro si chiedevano realmente dove vivevano». I mondi che i due autori hanno raccontato non «sono mai stati separati dal resto» e le due Rome, delle terrazze e della suburra criminale, sono le facce «non di una città spaccata», ma di «un tessuto sociale lacerato da una crisi economica che ha solcato le differenze». Sia Pasolini che Caligari «sapevano andare dentro le persone», con dedizione totale: «Questo significa fare lavoro culturale, arare un campo che è diventato arido perchè l’acqua non ce la fa a bagnarlo». Un lavoro che ha senso solo in immersione: «Claudio non ha mai scritto il suo cinema da lontano, mentre girava andavamo a prendere il caffè insieme, e lui conosceva tutto, ogni angolo, ogni storia». Adesso quel patrimonio, quella Roma dei primi anni ’90 raccontata nel film che rappresenta l’Italia nella corsa agli Oscar 2016, Mastandrea dovrà spiegarlo agli americani, durante la campagna promozionale Usa che inizia tra pochi giorni: «Venendo da Roma si hanno sempre certe idee in testa... vai a Parigi, vedi la Senna, e pensi “vabbè,

e allora? Qui c’è il Tevere”, vai a Venezia, dopo un po’ non

ce la fai più e ti viene da dire “vabbè, datemi un semaforo”. Adesso che sto per volare a Los Angeles mi sono convinto

che sto andando in una città dove c’è una Cristoforo Colombo

a venti corsie»... Di Non essere cattivo Mastandrea dirà, soprattutto, che è un film capace di «raccontare un’umanità senza giudicarla», un film che «segna la fine del mondo pasoliniano» e che indica un successivo baratro: «Nei primi anni ‘90, quelli in cui è ambientata la storia, subentra l’etica del lavoro». I ragazzi che vivevano ai margini, tra droga, spaccio e sballi, capiscono che «avere un mestiere è l’unico modo per salvarsi la vita. E se vivessero oggi? Si ritroverebbero nel precariato fino al collo...». La conclusione naturale sarebbe, quindi, che la capitale è spacciata, senza salvezza e senza futuro. E invece no: «Esiste una Roma che resiste e si fa carico del proprio destino, in cui ci si riconosce e si sta insieme.

La speranza c’è, sta nelle persone». In «una politica che viene dal basso». Ma anche, e molto, nel bar del quartiere dove si è nati, nella spesa fatta «nei negozi e non nel supermercato»,

in un figlio a cui si augura, come fa Valerio Mastandrea,

«di andare in giro per il mondo... e poi tornare qui, ogni tanto».


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