Siamo ammalati della paura di ammalarci

Le medicine cambiarono l’Italia contadina

Morirò giovane, è un fatto, mi ucciderà il fatto puro e semplice di essere nato nel cuore dell’Italia contadina agli albori degli anni ’50, e di essere cresciuto in mezzo a un orto tenuto come un gioiello, nutrito di tutto il bendiddio che davano

quell’orto e i campi intorno, in una famiglia che si era conquistata da poco l’autosufficienza alimentare grazie a uno straordinario esborso di sudore della fronte e un proficuo

entusiasmo per i sistemi di cultura innovativi. Avrò avuto sei, sette anni quando

un bel mattino mio nonno,

responsabile del settore sviluppo,

è tornato dal consorzio con una latta

gialla e rossa e un biglietto.

S’è tolto il cappello, s’è dato una grattata alla zucca, s’è rigirato il biglietto tra le mani e quindi ha emanato la fatidica direttiva: «Mah, chi ghè scritto un cucciaro

de medesina per en litro de acqua,

me a ghen metto doi de cucciari, che se un i fa ben, doi i fan mei». Quindi ha preso la pompa, se l’è caricata in spalla e di lì in poi è stato tutto un innaffiare carciofi e vigna, pesche e verze dei meglio prodotti svizzeri anti qui e anti là. La verità è che già ai primi raccolti la qualità della vita della famiglia ha fatto un balzo spettacolare, mai mangiata prima della roba così buona e grossa e colorata e odorosa. La verità

è che se dono il mio corpo alla scienza e ci danno un’occhiata per bene ci troveranno gli esiti insolubili di una Cernobyl di campagna durata decenni. La verità è che per trascorrere i miei ultimi, dopo una parentesi di salubre vita urbana, sono tornato in campagna.

Tutta un’altra campagna, tutt’altri contadini, medicine tutte nuove,

ma identica fiduciosa dedizione ai progressi negli anti qui e anti là. E quando mi vedono lavare un’albicocca o una lattuga appena raccolte nell’orto mi guardano storto, come se mi fossi lavato la mano dopo averla stretta al mio vicino.


[Numero: 3]