Questa Roma può essere la capitale dItalia

La prossima resurrezione di Roma

“Roma ingrata, Roma effeminata, Roma superba. Tu sei giunta al tale punto che non cerchi altro, nè altro ammiri, nel tuo Sovrano, se non il lusso”. Perciò sarai punita da un’Altissima mano; con guerre, ferite, stragi, il regno del terrore, dello spavento e della desolazione, la peste, la carestia e quant’altro. Così profetizzava don Bosco, futuro santo, poco prima della breccia di Porta Pia. Ultima, in ordine di tempo, la profezia di don Bosco si aggiungeva a uno sterminato elenco - classico pascolo di eruditi ieri e, oggi, di internauti ammalati di esoterismo - di voci preannuncianti l’imminente caduta di quella che un tempo era stata “caput mundi”, e che agli occhi del visionario appariva come un prossimo cumulo di macerie. Anche se profezie simili si possono indirizzare praticamente urbi et orbi a qualunque struttura di potere, visto che il monito colpisce invariabilmente la depravazione strutturale del genere umano, stupisce che, in un modo o nell’altro, dalla notte dei millenni sino ai tagliagole dell’Isis, al centro dell’

annuncio di catastrofe ci sia sempre Roma. Perché Roma costituisce, ancora oggi, l’archetipo di tutti gli imperi - non hanno forse il Campidoglio a Washington DC? - e la metafora, storicamente dimostrata, di un processo di ascesa e caduta che resta scolpito nella memoria di tutti. Roma è, insomma, una città condannata a vivere nella duplicità del suo essere, al contempo, comunità di cittadini nel presente e simbolo universale. La Roma di oggi e quella dei suoi secoli trascorsi sono materia inscindibile. Ma se così stanno le cose, per noi romani- nativi o importati, secondo un antichissimo costume che considera un premio e un vanto l’attributo di “civis romanus”- si tratta di una buona notizia. Perché, al netto di oltre due millenni di vicende che sarebbe un eufemismo definire “vivaci”, e a dispetto della legione dei profeti di sventure, Roma sta ancora qua. Magari un po’ acciaccata, come spesso le è accaduto, ma sta ancora qua. Quasi a voler dimostrare che “città eterna” non è definizione usurpata, ma, semmai, realistica e concreta. Quante volte Roma è stata data per spacciata, nella sua lunga storia? E quante volte se ne è proclamata la fine ineluttabile? Da Brenno a Mussolini, passando per Lanzichenecchi e nazisti, questa città è stata occupata, vessata, torturata. Ed è sempre risorta. E poi uno si chiede: com’è che i romani sembrano sempre così cinici, quasi rassegnati? Il fatto è che, piaccia o no, Roma, oltre che eterna, è, nei secoli, immutabile. Ma immutabile nella dialettica, non certo nella stasi. E se invece che cinismo fosse consapevolezza? Se invece che rassegnazione fosse saggezza? Il romano è come se attendesse l’occasione buona per rivelare la parte migliore di sè. Sembra in letargo, ma dagliela, questa occasione, e ti scriverà pagine luminose. Come la Costituzione, avanzatissima, redatta da Mazzini sotto il fuoco dei francesi. O la luminosa resistenza all’occupante tedesco. Oggi, in tempi di Mafia Capitale, qualcuno dice che Roma non ha gli anticorpi. Beh, potremmo ricordare che quando a Milano nascondevano la ‘ndrangheta sotto il tappeto a Roma già si processavano bande mafiose chiamandole col loro nome. E che persino il sindaco “marziano” Marino fu eletto come “anticorpo” contro la cattiva politica. Oggi il governo di Roma è in mano prefettizia. Neanche questa è una novità. I magistrati d’emergenza, un tempo, qui li chiamavamo “dittatori”. Machiavelli scrisse: “però dico che quelle Repubbliche le quali negli urgenti pericoli non hanno rifugio o al dittatore o a simili autoritadi sempre nei gravi accidenti rovineranno”. Il dittatore colma un vuoto. Machiavelli simpatizzava, in democrazia si resta perplessi. Nell’antica Roma durava in carica sei mesi e agiva senza nessun vincolo. Tranne il rispetto della spesa pubblica. Se è questa la strada giusta, i romani daranno una mano. Ma se questa è la strada giusta, lo scopriremo solo vivendo.


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