Siamo ammalati dell apaura di ammalarci

Homo sapiens, un antiquato: ha paura delle sue stesse scoperte

«Vivono nel terrore gli scienziati / e la mente europea s’arresta», diceva il poeta Ezra Pound (Cantos, CXV). Ma di che avere paura? «Sullo studio di ombre si basa la nostra scienza», aveva già scritto lo stesso Ezra (Cantos, LXXXV), alludendo ai giochi di ombre con cui nell’antichità Talete era riuscito a calcolare l’altezza delle piramidi, ma anche all’impresa di Galileo che con il suo cannocchiale (1610) aveva mostrato che le macchie lunari erano ombre dovute all’accidentata superficie del nostro satellite, irto di montagne e solcato da valli profonde. La stessa fisica delle particelle che ha dominato il panorama scientifico del Novecento si fonda sulle “tracce” lasciate da quelle elusive entità entro apparati come una camera a bolle. E non è la radiazione di fondo, individuata negli anni Sessanta, una sorta di fantasma del Big Bang da cui è nato il nostro universo?

Eppure, alcune di quelle ombre hanno prodotto la corsa alle “superbombe”, all’epoca in cui Pound metteva su carta quei suoi versi. Oggi sono soprattutto le conquiste della biologia a incutere timore: alla selezione naturale è possibile sostituire una sorta di preselezione artificiale sfruttando la manipolazione genetica. O forse, la sfida maggiore viene dall’informatica: le stesse modalità con cui programmiamo un aggiornamento di sicurezza possono contribuire a scatenare un virus che può a sua volta infettare altri computer scatenando un’epidemia globale. Per non dire che coi social network nella Rete si possono profilare insidiose forme di controllo degli individui. Osservava il fisico Toraldo di Francia, sempre attento alle ricadute dell’impresa tecnico-scientifica nella nostra quotidianità, che è una illusione sperare di bloccare processi del genere con le norme giuridiche o con le prediche. È allora l’Homo sapiens a essere antiquato, e a causa delle sue stesse conquiste tecnologiche, a loro volta componenti essenziali della scoperta? Ha osservato Guru Madhavan, consulente a Washington del governo USA (nel suo Come pensano gli ingegneri, Raffaello Cortina, Milano 2015), che le idee che scandiscono la conoscenza hanno una personalità dissociata: sono “buone” o “cattive” solo a seconda del tipo di esistenza che scegliamo responsabilmente per noi stessi. Accusare globalmente la scienza, dunque, è a dir poco stolto se non criminale - un errore peggiore dello stesso sensazionalismo che nei media gonfia qualche scandalo. Come ammoniva Toraldo, «uccidere la scienza» sarebbe come uccidere l’essere umano, da sempre dotato di quella curiosità che è la motivazione più profonda del cambiamento. E senza di questo non c’è nemmeno vita, almeno una vita degna di essere vissuta.


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