Siamo ammalati della paura di ammalarci

Contro i falsi profeti dobbiamo convincere i pazienti senza offenderli

Dignità e speranza, questo è quello che chiedono i malati quando incontrano un medico. Chiedono rispetto come esseri umani, a prescindere, e stanno in fiduciosa attesa di un bene fortemente desiderato, la guarigione da una malattia, che se non ottenuto genera disperazione. Questa relazione medico-paziente, che per tempo immemore si è basata sul rispetto reciproco dei ruoli - «Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa… » come viene riportato nella prima versione del Giuramento di Ippocrate, datata 450-460 a.C. , oggi si sta incrinando pericolosamente: sono sempre di più i pazienti che si auto-medicano o che si rivolgono alle cosiddette terapie alternative che non hanno un fondamento scientifico. Questo rapporto si sta incrinando non solo per un analfabetismo scientifico, ma anche per il fatto che i moderni mezzi di comunicazione hanno introdotto un nuovo modo di informare.

Votata al mito della velocità, l’informazione oggi in tema di salute risulta spesso superficiale o addirittura, strumentalmente, falsata e la conoscenza che ne deriva risulta “liquida”: prevalgono le opinioni sui fatti, l’emotività prende il sopravvento sulla realtà. Non mangiamo la carne rossa perché un aumentato introito di proteine animali aumenterebbe la mortalità per cancro e diabete; peccato che questo è stato dimostrato succedere alle persone tra i 50 ed i 65 anni e che dopo tale età, invece, accade esattamente il contrario.

Siamo, quindi, destinati ad abdicare al sogno di una società della conoscenza, certamente più equa e solidale, a favore di una società della non conoscenza? Per invertire la tendenza, sarebbe utile poter contare su gruppi organizzati di persone competenti, della specifica malattia oggetto di indagine, che abbiano reale potere decisionale in ambito strategico. Gli scienziati devono imparare a saper comunicare gli obiettivi ma soprattutto i limiti del proprio lavoro senza avere timore di perdere la loro “autorevolezza” professionale. Gli enti regolatori in tema di salute devono saper interagire sempre di più, e sempre più efficientemente, con i pazienti. I giudici devono conoscere i confini scientifici e giudiziari entro cui è possibile agire e devono sapere interpretare (o farsi aiutare a interpretare) i fatti in ambito scientifico senza pregiudizi di sorta. I politici devono permettere ai pazienti di prendere decisioni informate e devono a loro volta informarsi utilizzando le fonti adeguate. I medici, infine, devono curare con il consenso informato del paziente evitando di recare “danno e offesa”. Solo intraprendendo un cosiffatto cammino di conoscenza, che non risparmia nessuno, la medicina di precisione (meglio conosciuta come medicina personalizzata) - così strombazzata sui media come la panacea del futuro - potrà diventare uno strumento capace di ridare dignità e speranza ai malati.


[Numero: 3]