Periferie la strada di Settimo

Sono cresciuto ragazzo di barriera e riuscivo a rilassarmi solo quando il tram mi riportava al borgo

I borghi suburbani di Torino sorgono con l’istituzione, nel 1853, della cinta daziaria attorno alla città. Si voleva regolare l’accesso attraverso varchi in corrispondenza di una piazza, nella quale le guardie del Comune riscuotevano il dazio, tassa di consumo sulle merci che entravano in città, destinate sia ai consumi privati sia alla produzione industriale. I nuclei abitati che gradualmente si svilupparono attorno alle piazze presero il nome di “barriere”. Dopo la sua soppressione, avvenuta nel 1930, il fantasma del “dazio” ha aleggiato a lungo nell’immaginario dei torinesi. Arrivando adolescente dalla provincia, per i miei nuovi compagni di scuola era “un ragazzo di barriera”, perché il destino mi aveva portato a iniziare la mia vita di torinese in periferia, al borgo Vittoria, con i confini segnati da due linee ferroviarie, verso Milano e verso le valli di Lanzo. La considero una grande fortuna, quell’etichetta mi ha dato la carica per andare alla conquista del centro. In quel reticolo di vie attorno alla chiesa della Salute, mi sono subito sentito uno del borgo; facendo la spesa nei negozi o ai banchi del mercato, frequentando i bar, le vinerie e i numerosi cinema, scambiavo con gli altri borghigiani che mi capitava di incrociare reciproci segnali di riconoscimento. Quando il tram o l’autobus attaccava in salita la curva del cavalcavia che oltrepassava i binari, sentivo ogni volta che stavo ritornando a casa e potevo rilassarmi. Anche il relativo isolamento del borgo mi dava sicurezza. Scendevo in centro per andare a teatro. L’ultima corsa del tram che mi avrebbe riportato a casa passava a mezzanotte meno un quarto; per anni ho ignorato la fine delle commedie e dei drammi, dovevo andarmene prima, se non volevo farmela a piedi. Il paesaggio della periferia è mobile, fluido, non vincola chi si lascia contagiare dal suo fascino a contemplarlo da punti di vista consumati dall’uso, come succede nei luoghi monumentali del centro storico. Si presta a un’infinità varietà di narrazioni nelle quali anche noi - perché no? - possiamo essere protagonisti. Attori, non folla solitaria, perché c’è bisogno della nostra presenza attiva, delle nostre emozioni, per farlo vivere. Un non-finito in perenne evoluzione che sta a noi completare in base agli umori, ai pensieri, ai ricordi. Chi risiede in periferia non deve sentirsi cittadino di serie B. La decisione di risiedere fuori dal centro della città non è più dettata solo dalla necessità, ma è anche e sempre di più frutto di una libera scelta per un diverso e alternativo stile di vita.


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