Periferie la strada di Settimo

Profumo di santoreggia e brodo di gallina

Fallo di domenica mattina, nel mese che vuoi, va bene sempre se c’è un po’ di sole. Vai a De Ferrari e prendi un bus che ti porta al levante verso Marassi, dì all’autista che ti fermi in cima a Corso Sardegna, vedi che hai stadio e galere di là dal Bisagno perché si riconoscono subito, cerca via Ferreggiano e comincia. Segui la strada che segue il torrente, se non piove di brutto non c’è di pericolo e poi hanno fatto i lavori e non ci muore più nessuno da un po’, e comincia a guardare e a stare a sentire, a odorare, se vuoi anche a toccare. Stai salendo per la collina di Quezzi, sei arrivato alla periferia del malaugurio, allo sprofondo, alla disgrazia e allo scandalo, al profitto perverso, al suolo traviato, alla speculazione assassina, gli immondi Anni 70 conficcati sui ’60 e i ’60 accatastati sui ’50, e i cinquanta siringati tra greto, falda e falesia, migliaia di micropali che tengono in piedi milioni di metri cubi per otto, dieci, dodici piani per scarpate in pendenze del 15 e 20 per cento. Sì, è forse peggio di come si vede in tivù, ma sali piano e continua a guardare, ascoltare, odorare. C’è vita di umani. Voci di umani dalle finestre delle cucine, dai tinelli un po’ di musiche un po’ di discovery channel. Odori di pranzi domenicali quasi pronti, ragù alla genovese, brodo di gallinella, sta attento, persino un mirabile filo di profumo di santoreggia. Le lenzuola stese ai balconi sembrano pulite, i rosmarini poggiati alle ringhiere hanno fiorito, se guardi la vetrina del pastafresca di fianco al garage c’è della roba buona, e davanti al circolo arci che ha il nome del ragazzo fucilato nel ’44 lì sul greto non ci sono assassini, potresti persino fermarti, stanno friggendo le panisse, le fanno squisite. Guarda, ci sono gaggie negli interstizi delle scarpate, persino roseti, e foreste di calle arrembate ai muretti. Sarà cattività ma non immonda.


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