Periferie la strada di Settimo

Il vento nei pioppi e nelle gonne delle ragazze

Dopo la pioggia le macchine sprofondano fino ai mozzi delle ruote nelle strade di Leumann. Bisogna chiedere aiuto agli uomini seduti davanti alla stazione. In dieci o dodici si alza la macchina e si porta di peso fin sul corso Francia. Corso Francia va da Torino a Rivoli dritto come una fucilata, con borgate e villaggi ai lati dell’asfalto, dispersi nei prati; tra file di pioppi giovani che si piegano come archi al vento di val di Susa. Dicono che sia il posto più salubre di Torino, questo, non c’è mai nebbia, solo il vento nei pioppi e nelle gonne delle ragazze, che straccia i manifesti elettorali dai muri e fa sbattere i cartelli del cinema. Una volta, dopo l’aeronautica e la fabbrica Venchi-Unica, venendo da Torino per far merende nel verde, le madamine e i signori trovavano solo ombra e fossi e potevano stendere la tovaglia sull’erba in pace. Adesso sulla stazione dei Leumann hanno messo un cartello col nome, bianco in campo rosso, deve averlo regalato il padrone della fabbrica dei panni omonimi, tanto ha l’aria pubblicitaria.

Il trenino Torino-Rivoli ferma le sue tre carrozze sbilenche tra banchine di legno alte una spanna da terra, la gente gli si stipa dentro come in una scatola. È il primo e più antico treno a scartamento ridotto, risale ai tempi di Cavour, bigio e rugginoso.

Un solo treno è più antico e stinto di quello, ed è in servizio tra Monchiero e Dogliani, lo chiamano il treno del presidente, viaggia tra le gaggie che entrano per i finestrini battere le facce dure dei paesani che scendono ai mercati.

Adesso nei prati di Leumann si fermano i pastori che salgono dalle cascine invernali di Alessandria coi greggi davanti e il carro della legna, dei materassi, delle pentole dietro, si fermano e portano le pecore a pascolare nel campo sportivo e davanti alle porte delle case. Qui fanno sosta prima dell’ultimo tratto di viaggio che li porterà sulle montagne, e cenano e dormono coricati tra i dorsi lanosi delle pecore, continuando a fischiare ai cani.

Questa di Leumann è detta Terra Corta, dal nome della cascina che fino ai tempi della guerra era l’unico caseggiato vivo nella pianura. Veneti e siciliani e tedeschi e muratori e profughi e qualche provinciale che volle venire a stare a Torino abitano oggi le case nuove a un piano, colorate di azzurro e di verse, e da ogni parte d’Italia la gente ha portato le sue abitudini, i suoi vecchi letti di ferro, le sue madonne e gli stracci dei bambini in stanze chiare come ospedali, che non hanno l’aria adatta ad accettare una vita antica e familiare. Queste costruzioni che sanno di cartone e di mare, come paesaggi e fondali finti cinematografici, non reggono un chiodo; in alcune case, d’inverno, la muffa cresce sui risvolti dei lenzuoli dalla sera al mattino, pure l’aspetto è bello e pulito, e fa effetto vedere i panni del bucato fuori di quei balconi e il colore dei materassi, e le donne sedute sui gradini a chiacchierare e a fare il cucito.

Le case si perdono nella pianura a gruppi o solitarie, lungo sentieri di fango e polvere e sassi segnati da un paletto nuovo che porta il nome della strada. E sono nomi pomposi, bellamente dipinti sulla latta nuova, ai margini di un prato, il paletto sotto le raffiche del vento montanino si è piegato o voltato, uno per trovare la strada che cerca deve camminare lungo per prati e poi piegarsi sotto al paletto per leggere il nome. E se non fosse per la sirena strozzata del trenino che rompe il silenzio, niente riempie il vuoto della pianura.


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