Periferie la strada di Settimo

Guardare il “centro” dall’esterno offre sorprese e opportunità

Sarà difficile trovare geografo, sociologo o urbanista che accetti ben volentieri la nozione di ‘periferia’, anche quando declinata al plurale. Nata in rapporto e contrapposizione alla nozione di centro, essa non corrisponde ad alcuna definizione scientifica possibile. Eppure, rifiutata dai saperi ufficiali, espulsa dalla porta principale, la periferia rientra dalla finestra del dibattito pubblico e diventa persino azione pubblica, politica, come testimoniano i due bandi compresi nelle leggi di stabilità 2015 e 2016 e alle periferie dedicati. Chi ha ragione, dunque? I miei colleghi che, saggiamente, insistono sul fatto che a essere periferica può essere tranquillamente un’area centrale della città, così come può essere vero il contrario? Oppure i cittadini-elettori italiani che non più tardi del 4 dicembre hanno lanciato l’ennesimo segnale dell’esistenza di un corpo politico periferico e insofferente? Non aiuta, in molti casi, che il dibattito pubblico utilizzi poi delle metafore spaziali provenienti da altri contesti, come ghetto, casbah o banlieue. Non aiuta perché fanno riferimenti a territori che, di volta in volta, si sono trovati in aree geograficamente più centrali o più disperse, perché si riferiscono a contesti storici e culturali non assimilabili a quello italiano e, da ultimo, perché sono tutte accomunate da un accento stigmatizzante. Eppure, la metafora della periferia ha successo. Sembra raccontare in maniera adeguata un mondo di mancanze, privazioni, difetti e di abitanti che, in qualche modo, assumono delle caratteristiche problematiche per il solo fatto di vivere in quei territori.

Intendiamoci: vivere a Rozzano o Gratosoglio, Falchera o Vallette, giusto per rimanere sull’asse Milano-Torino, significa certamente avere a disposizione infrastrutture, servizi, opportunità e destini che divergono in maniera significativa rispetto a quelli riservati agli abitanti di altre aree delle stesse città.

Le città però sono tutte diverse. Sono attraversate dagli stessi torrenti di mutamento, come il declino delle comunità operaie, il blocco della mobilità sociale per le nuove generazioni, l’infinita stagione della riconversione industriale, gli stress geopolitici e le nuove geografie delle migrazioni, eppure hanno passati differenti, modi particolari per far fronte al presente e indirizzare il futuro.

Pensiamo a Torino, una città che ha goduto di una società ‘troppo semplice’, come diceva anni fa Arnaldo Bagnasco, uno dei suoi più fini conoscitori. È rimasta morfologicamente semplice, con un modello di urbanizzazione che si estende a partire da un centro denso e compatto e non prevede altre centralità, poli o città che possano impensierirne il primato politico, economico e culturale, come è il caso invece dell’area milanese o di altri sistemi urbani italiani. Le politiche d’intervento che hanno consentito a Torino di ricostruire la propria immagine nazionale e internazionale hanno fortemente puntato sul centro storico (e le periferiche residenze sabaude….) scavando così un solco tra queste diverse centralità e tutto il resto. Collegno, Grugliasco, Rivoli e Settimo, per non citare che alcune delle città limitrofe, si sono trovate dunque in posizione più debole e marginale, dipendendo politicamente da un centro che scaricava sull’esterno costi ambientali e sociali. La sfida che attende perciò questi comuni è quella di rivendicare la propria centralità, sia a livello di città metropolitana e di governo locale che di sviluppo e crescita autonoma. È ciò che, in fondo, Settimo Torinese prova a fare in queste settimane, entrando nella short list della prossima Capitale Italiana della Cultura.

È un luogo comune, ormai, affermare che la crisi sia un’opportunità. Credo che questa sia fornita a partire da un mutamento di sguardo. Occorre ripensare la prospettiva dalla quale guardiamo questi territori che sono stati, forse, periferici perché osservati dalla sommità della Mole ma che potrebbero riservare molte sorprese se si assumessero l’onere di diventare a loro volta dei punti di osservazione. Torino stessa avrebbe da guadagnarne, da questo ribaltamento di prospettiva, liberandosi del peso di un primato che in periodi di crisi rischia di diventare un peso insostenibile.


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