Periferie la strada di Settimo

Avevamo paura che nei fossi nuotassero i coccodrilli

Per chi è sempre vissuto a Torino e non è mai andato a Settimo, questo nome è il casello dell’autostrada per Milano, è un posto che non aveva altro modo di chiamarsi che non quello di un numero, è un luogo che evoca penne a sfera montate a cottimo nelle case popolari, pneumatici e vernici, dove per caso ci lavorava, senza abitarci, un chimico di nome Primo Levi. Insomma, immaginare che Settimo potesse diventare un giorno capitale italiana della cultura era come capovolgere il mondo.

E invece capita che Settimo si sia candidata per quel ruolo e capita che la candidatura sia stata accettata. Se la giocherà per il 2018 con Alghero, Aquileia, Comacchio, Erice, Ercolano, Montebelluna, Palermo, Recanati e Trento. Nomi e luoghi piuttosto evocativi. Com’è potuto accadere? Per chi ne conosce un po’ la storia gli indizi, però, erano numerosi: una delle biblioteche più pulsanti ed efficienti d’Italia, una compagnia teatrale che da trenta e più anni mescola la memoria degli abitanti a Shakespeare e Goldoni, un centro di accoglienza profughi che da dieci anni riceve migliaia di persone con l’approccio di chi ha la migrazione nella propria storia.

Gabriele Vacis è uno che ha nella sua biografia la parabola stessa di Settimo. Sessant’anni fa ci è nato, da padre bergamasco e madre veneta, e quando aveva poco più di vent’anni ha cominciato a lavorare con il teatro, ha costruito spettacoli, ha recitato, ha fatto il regista, è diventato direttore di teatri in giro per l’Italia conservando gelosamente il legame con la sua città. Dal suo sodalizio con Alessandro Baricco si è diffuso un genere teatrale, quello della narrazione. E a lui, che dell’avventura di Settimo capitale è naturalmente un grande supporter, affidiamo il racconto.

«Chi si stupisce non sa che qui a Settimo, già nel 1984, era stato pensato e approvato un piano ambiente culturale, le fabbriche cominciavano a diventare spazi vuoti e inutili e ci si chiedeva cosa farne. Credo sia stato il primo caso in Italia. Officine dismesse, il mattatoio, vecchi mulini. Tutto il passato. L’idea è stata la cultura. Per esempio immaginare qui la più grande biblioteca civica del Piemonte. Ci sono poi voluti vent’anni, ma s’è fatta.

«Insomma nel momento in cui si è trattato di riconvertire spazi e indirizzi, l’idea centrale era prendersi cura del territorio. E non solo con teatro e cinema, ci furono i primi centri di salute mentale, organizzati da Enrico Pascal, uno dei collaboratori di Basaglia a Trieste. L’ispirazione è continuata, si è creato un certo clima culturale e nel momento in cui si è trattato di riconvertire lo stabilimento Pirelli, è arrivato Renzo Piano ed era la prova di un grande risveglio culturale.

«Oggi si è affermata l’idea di story telling, il racconto di storie e spesso si usa il termine a sproposito. Ma noi qui abbiamo cominciato a fare teatro chiedendo semplicemente alla gente di raccontare la propria vita, di creare un tempo. Un posto come Settimo non aveva memoria. Io stesso sono figlio di una spremuta padana. Le congiunzioni astrali hanno fatto il resto. La città era governata da una sinistra pragmatica e visionaria, ricordo due sindaci come Cravero e Ossola, giovanissimi, che hanno saputo creare un clima in cui le tensioni venivano governate.

«Nel laboratorio teatro Settimo confluivano tutti i centri sociali, la Fgci, perfino Potop e avanguardia operaia, si era creata una vera unità nel “circolo Pepe”, che avevamo chiamato così perché volevamo mettere in giro un po’ di pepe. Era il 1978, l’anno dell’assassinio di Moro, tutto sembrava annegare negli anni di piombo, eppure lì avevamo cominciato a ripensare il futuro. Il teatro era diventato uno strumento urbanistico: toglievamo le auto dal centro storico e ci mettevamo gli spettacoli.

«La prima attività importante fu un centro estivo per i ragazzi delle medie. L’anno prima avevano distrutto la struttura che li ospitava. Erano anni duri, c’era violenza e noi abbiamo proposto di fare l’estate in piazza, i ragazzi si riappropriavano della città e costringevano a ripensarne gli spazi. Si fece un piano ambiente culturale che chiudeva al traffico il centro storico. Oggi chi viene a Settimo non riesce nemmeno ad immaginare che in via Italia, nel pieno centro, ci fosse il doppio senso di circolazione, con camion e tir.

«Il primo spettacolo che abbiamo fatto si intitolava: Signorine. Ed era composto interamente di storie di immigrazione, dalla Sicilia, dalla Calabria, dal Veneto. Chiedevamo alla gente di portare foto di famiglia e raccontare. Ne uscivano microstorie, un’epopea straordinaria. La prima si chiamava Regina, ed era scampata all’alluvione del Polesine.

«Nel teatro Teatro abbiamo messo le nostre storie di infanzia, Laura Curino, raccontava com’era andare a vivere nelle case Fiat quando le case Fiat non erano ancora finite. Nei campi c’erano i fossi e la gente aveva paura che ci fossero i coccodrilli. A scuola si facevano doppi e tripli turni. Ricordo ancora quando venne Primo Levi, che lavorava qui alla Siva, dove mio padre faceva l’elettricista: non sapevamo chi fosse, ma ci fece una grande impressione e insegnò il senso della memoria.

«Quando diciamo che sono situazioni simili a quelle di oggi, ci rispondono che quelli erano italiani. Però pensate a una donna siciliana negli Anni Settanta: lo scarto con le piemontesi era assolutamente paragonabile a quello che c’è oggi tra un’italiana e un’africana, anche la religiosità del Nord era completamente diversa da quella delle e ragazze del Sud: erano vestite di nero, avevano il velo in testa, erano strane.

«Gli eroi dell’epoca? I tanti vituperati geometri, che costruivano case dove non ce n’era: qui a Settimo arrivavano circa duecento persone al giorno. I veneti erano famosi per costruirsela nel weekend: anche a questo serviva la settimana corta. C’erano disagi di cui oggi non abbiamo neanche più il ricordo, per questo siamo diventati intolleranti.

«Tutto questo è stata la base per la costruzione della società. Per esempio sapete che a Settimo c’è un centro di accoglienza per 1150 profughi, che funziona da dieci anni senza incidenti. Perché intorno c’è la società, centinaia di volontari che vanno a far da mangiare parlando persino un po’ di inglese.

«E adesso? Stiamo lavorando alla costruzione di un istituto di pratica teatrale per la cura della persona: i grandi maestri del Novecento hanno sviluppato tecniche sulla consapevolezza della persona. Si lavora con lo Stabile di Torino. Penso che questo sia il futuro del teatro: meno spettacolo e scommettere sulla convivenza, che riguarda la relazione tra le persone. Mi piacerebbe che Settimo proponesse la convivenza invece della sicurezza».

Un programma da vera capitale.


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