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Una misura da dopoguerra, ci vorranno anni per sapere se ha funzionato

Il primo aprile scorso, un quotidiano di Rajkot, città dell’India occidentale, aveva annunciato che il governo intendeva mettere fuori corso le banconote più usate nel Paese, quelle da 500 e 1000 rupie. Pesce d’aprile, intesero tutti, seguendo la tradizione europea che l’India ha fatto propria. Come si poteva credere a un’assurdità simile? Invece era uno scoop.

Sette mesi dopo, l’8 novembre, il primo ministro Narendra Modi quell’annuncio l’ha dato sul serio. Per la prima volta nel mondo il cambio della moneta, misura da dopoguerra (nel 1945 attuato in Francia, bloccato in Italia da dissidi politici) viene realizzato su scala immensa in tempo di pace, in un Paese di 1290 milioni di abitanti.

Si cambiano le banconote per colpire l’illegalità e per smascherare gli evasori del fisco. Ma in India l’economia sommersa è più grande di quella emersa, nessuno sa bene di quanto. Nell’Italia del 1945, a voler colpire borsaneristi e profittatori di guerra era la sinistra, contraria la destra. La grande democrazia indiana si è divisa in modo assai differente e frastagliato.

Economisti di fama, come il premio Nobel Amartya Sen e l’ex capo ufficio studi della Banca mondiale Kaushik Basu, si sono pronunciati contro. Contro anche il leader del partito anticorruzione Aam Admi (in parte simile al M5S), il governatore di Delhi Arvind Kejriwal; ma a favore il celebre attivista Anna Hazare che ne era stato l’ispiratore originario.

Nel caos delle prime settimane, il malcontento è apparso enorme. Si è obiettato che grandi corrotti e malavitosi avevano già i soldi al sicuro: all’estero, in oro, in «benami» (proprietà detenute attraverso prestanome). Ma i primi risultati elettorali, in votazioni comunali o suppletive, non hanno intaccato la forza del partito di centro-destra guidato da Modi, il Bjp.

Modi proclama che per uscire dal sottosviluppo bisogna portare gli affari dentro la legalità. Il primo passo era stato aiutare la gente a servirsi delle banche: il programma «Jan Dhan», del 2014, ha portato ad aprire 250 milioni di conti correnti agevolati. Questi conti, finora spesso inattivi, hanno aiutato molti a sopportare il colpo (con limiti ai prelievi per evitare che riciclino denaro altrui).

Nelle città i Bancomat sono numerosi, le carte elettroniche anche; quello che manca sono i negozi attrezzati per accettare pagamenti. Può stupire che quasi tutto si saldasse in contanti con un taglio massimo di 1.000 rupie, al cambio 13,8 euro (un chilo di banconote ogni diecimila euro); ma il potere d’acquisto interno è più alto, circa 40 euro secondo calcoli della Banca mondiale.

Nell’immediato, il danno per l’economia sarà grave: meno affari, meno consumi, una frenata per il prodotto lordo, che dal passo eccezionale del 7,3% nel terzo trimestre potrebbe perfino rallentare verso il 4% nel quarto. Modi aspirava a fare dell’India nel 2016 il Paese del mondo con maggior crescita, mancherà l’obiettivo.

Ma gli investitori non paiono intimoriti. Si spera in più gettito fiscale, meno lavoro nero, calo dei prezzi immobiliari. Molto dipende da quanto denaro non verrà cambiato e che farà il governo del guadagno, se investimenti, ricapitalizzazione delle banche, o anche erogazioni al popolo. L’illegalità diminuirà se si insedierà il timore che il cambio delle banconote possa essere ripetuto.

Ci vorranno anni per sapere se ha funzionato, sostiene Kenneth Rogoff, l’economista americano che propone di ridurre ovunque l’uso del contante (nel libro The Curse of Cash, Princeton 2016). Banco di prova sarà un’altra riforma cruciale prevista per il 1° aprile prossimo (senza scherzi), l’introduzione della Gst, una specie di Iva: quanti la pagheranno?


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