Corri India corri

“Nelle comunità della diaspora le caste non esistono più”

Suo padre era un diplomatico indiano del Kerala e lui si sente ancora profondamente legato all’India pur essendo stato fin da ragazzo cittadino del mondo perchè è nato in Giappone e fino a 15 anni è cresciuto cambiando Paese: Buthan, Russia, Stati Uniti, Birmania. Da poco Sree Sreenivasan, 46 anni, è stato nominato responsabile della comunicazione digitale della città di New York, dove vive con la moglie originaria del Tamil Nadu, Roopa Unnikrishnan, dirigente attualmente a capo della strategia della Harman, e i loro due figli gemelli tredicenni. Lo abbiamo intervistato quando è venuto in Italia in occasione della Festa del Ringraziamento.

Che cosa pensa della diaspora indiana?

«Ne fanno parte circa 20 milioni di persone. Milioni di loro sono come me, immigrati volontari di prima o seconda generazione. Molti altri sono discendenti dei lavoratori che gli inglesi si sono portati nelle loro colonie dopo l’abolizione della schiavitù. Oggi cittadini di Paesi come le Fiji, Suriname, Sud Africa, Guyana, Trinidad, Mauritius, ma di origine indiana, che non hanno avuto scelta e sono stati obbligati a emigrare».

Le discrepanze sociali della società indiana seguono gli emigrati anche all’estero?

«Un aspetto positivo del migrare è che sei obbligato ad adattarti alla nuova realtà e devi lasciare alle spalle il tuo bagaglio sociale. I problemi delle caste sono inesistenti nelle comunità indiane che si sono formate negli Usa e in Europa. Anche l’animosità tra indiani e pakistani sparisce nei Paesi ospitanti, che non li distinguono».

Come spiega la Silicon Valley nei dintorni di Bangalore e i molti cervelli “in fuga” tecnologici e scientifici indiani?

«Gli amministratori delegati di giganti come Google, Microsoft, Adobe, Harman International sono tutti indiani di prima generazione. Così come quelli di MasterCard e Pepsi. Ognuno di loro ha avuto il vantaggio dell’eccellente sistema scolastico indiano e degli stereotipi positivi sull’intelligenza e sul lavorare sodo. Alla fine, però, ce l’hanno fatta perché il loro talento ha ricevuto un riconoscimento, negli Usa hanno trovato qualcuno che ha dato loro una possibilità».

Girare il mondo e vivere in tanti Paesi diversi ha modificato la sua percezione dell’India?

«L’India è un Paese meraviglioso e contiene alcune delle persone, delle località e delle cose più belle del mondo, ma allo stesso tempo anche la povertà più terribile che si possa mai vedere. Quello che direi agli italiani che non sono mai stati in India è che dovrebbe essere in cima alla lista dei loro desideri. Sono certo che l’India possa sedurre gli italiani che amano una cultura sofisticata, compreso il buon cibo e il divertimento».

Che cosa le fa venire voglia ogni volta di tornare in India?

«Amo il cibo che mi prepara ancora mia mamma e il cibo di strada che trovo in molte città indiane. E c’è un ristorante fast-food a Delhi che si chiama Nirula’s che prepara quello che per me è il miglior dolce al mondo: cioccolata calda e noccioline su gelato di vaniglia. L’unica cosa che lo batte è la Nutella!».

(Intervista a cura di Anna Masera)


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