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Modi e Trump, i volti della post-globalizzazione

Donald Trump è il nuovo presidente degli Stati Uniti. La più grande e turbolenta democrazia del mondo conosce bene questa sensazione. Ci siamo già passati. Shock, negazione, colpevolizzazioni, minacce di emigrare, e infine la resa all’inevitabile. Le ultime elezioni parlamentari, nel 2014, sono state tra le più sorprendenti e determinanti per l’India, forse quanto quelle del 2016 per l’America, e l’intensità di quell’esperienza si riverbera ancora oggi sulla politica indiana. Anche le reazioni dei media occidentali e delle élite globali sono molto simili, ma oggi possiamo dire che nessuna delle previsioni apocalittiche si sia mai nemmeno lontanamente avverata.

Da qualche tempo la politica indiana è caratterizzata da un’aspra polarizzazione, da un brusco declino della civiltà, da una pesante intromissione dei media e da sondaggi platealmente sbagliati - e adesso negli Stati Uniti accade lo stesso. Come negli Usa, anche in India la società ha reagito in modo molto ineguale alla globalizzazione, e negli ultimi vent’anni il nucleo della crescita economica e le nuove opportunità di lavoro si sono concentrate nell’attività immobiliare, nella finanza, nei servizi e nelle industrie legate alla tecnologia. Con crescita zero, o minima, nel settore manifatturiero e nell’agricoltura. E così, la globalizzazione è stata sicuramente positiva in termini macroeconomici e ha contribuito ad aumentare complessivamente le entrate e a ridurre la povertà, ma non ha raggiunto molte zone dell’India.

In effetti ha esacerbato il divario economico esistente, che era già elevato. E questo è il motivo dell’enorme rabbia verso il partito al governo in India nel 2014, proprio come oggi negli Stati Uniti. Come Trump, anche Modi ha impostato la sua campagna elettorale e ha vinto puntando sul suo istinto e su discorsi semplici, piuttosto che su una sofisticata rete di consiglieri ed esperti, e anch’egli ha vinto soprattutto perché si è concentrato su un messaggio di ripresa dell’economia e dell’occupazione, promettendo “Ache Din” (Arrivano bei giorni), uno slogan molto simile a quello di Trump, “Make America Great Again.” Ci sono altri paralleli nell’improbabile successo elettorale di entrambi. Tutti e due sono stati derisi dalle élites culturali e mediatiche che li consideravano “inadatti alla presidenza” - anche se per ragioni diverse. Modi è forse ancora più estraneo di Trump alle élite perché è cresciuto in povertà e non ha frequentato scuole dove si parlava inglese. La pessima satira degli avversari che hanno descritto Modi come un semplice “chaiwala” (un ragazzo che porta il tè) gli ha indirettamente attirato molta simpatia, così è successo con Trump dopo la frase di Hillary sul “branco di miserabili”.

Ma alla fine in India chi avrebbero preferito, Trump o Hillary? I media indiani e il circolo della politica estera avrebbero di certo preferito Hillary, non fosse altro perché è ben nota in quei giri e conosce bene le dinamiche geopolitiche e i punti deboli della regione, compresa l’antica questione dell’attribuzione del Kashmir. Inoltre, Bill è considerato un vecchio amico dell’ India, e la Clinton Foundation ha sovvenzionato molte organizzazioni e progetti nel paese. Anche così, il mandato di Hillary come Segretario di Stato non si è rivelato tanto provvidenziale per l’India, limitato dalla realpolitik degli Usa e dai suoi contrasti con il Pakistan a causa dell’aiuto di quest’ultimo all’Afghanistan.

D’altra parte, Trump sa molto poco dell’India, e noi non sappiamo quale sarà la sua linea politica - e nemmeno chi saranno i suoi consulenti di politica estera. Il collegamento diretto, personale con Trump non sta in questo, e da questo punto di vista si tratterà di avere a che fare con un novizio in tema di politica estera - e con un altro anti intellettuale - come George Bush. E tuttavia l’India ha un ricordo molto positivo di Bush grazie all’accordo sul nucleare con gli Stati Uniti e spera che anche Trump vorrà cercare punti d’intesa al di fuori delle direttive e delle cautele burocratiche del Dipartimento di Stato. Se l’America va incontro a inevitabili convulsioni politiche dopo un risultato tanto controverso, sarebbe stupido da parte dell’India rinunciare al già conquistato pragmatismo nelle relazioni con gli Stati Uniti.


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