Corri India corri

False tregue, violazioni e molti morti: la pace impossibile tra India e Pakistan

Nel maggio 2014, il neo eletto primo ministro indiano, Narendra Modi, invitò a Delhi i capi di governo dell’Asia meridionale, incluso il primo ministro pakistano, Nawaz Sharif. Sembrò un gesto distensivo che ben augurava per i difficili rapporti tra le due potenze nucleari asiatiche che, dall’ottenimento dell’indipendenza nel 1947, hanno combattuto quattro guerre. Modi aveva appena conquistato la più ampia maggioranza parlamentare da trent’anni a questa parte e si pensava che intendesse utilizzare il capitale politico ottenuto per avviare una normalizzazione dei rapporti con il Pakistan. Sharif, d’altra parte, non aveva alcun interesse a far salire la tensione con l’India, se non altro per non rafforzare la leadership dell’esercito in un paese che è stato governato da regimi militari per gran parte della sua storia. A dicembre 2015, Sharif e Modi si erano incontrati a Lahore, oltre dieci anni dopo l’ultima visita di un primo ministro indiano in Pakistan.

La storia delle relazioni tra i due paesi, tuttavia, è segnata da momenti di distensione di solito seguiti da brusche virate causate da un improvviso inasprirsi dei rapporti. Il dialogo avviato da Modi e Sharif non ha fatto eccezione e pochi giorni dopo la visita di Modi, un commando terrorista proveniente dal Pakistan attaccava una base militare nel Punjab indiano, uccidendo due soldati. L’episodio ha sospeso le trattative di pace, che sono state definitivamente affossate quando, nel settembre 2016, un altro commando pakistano ha portato a termine il più grave attacco alle forze di sicurezza indiane degli ultimi vent’anni, uccidendo 17 militari della base di Uri, al confine tra i due paesi.

L’India, che ritiene, probabilmente a ragione, che dietro ai miliziani responsabili degli attacchi ci siano i servizi segreti pachistani, ha risposto conducendo degli ‘attacchi mirati’ nel Kashmir pakistano. Da allora, le violazioni del cessate il fuoco – in vigore dal 2003, ma ripetutamente violato da entrambi le parti – sono diventate quotidiane e sono costate la vita ad almeno dodici militari e a un numero imprecisato di civili di entrambi i paesi. Mentre scrivo queste righe, un gruppo di miliziani (presumibilmente pakistano) ha attaccato una base militare indiana uccidendo almeno sette militari. La risposta dell’India non tarderà.

La situazione politica interna nei due paesi complica ulteriormente le cose. Da un lato, Modi ha appena preso un’improvvisa – e, a quanto sembra, improvvisata – decisione di togliere corso legale alle banconote da 500 e 1000 rupie. Una decisione, questa, che, per quanto giustificata con la lotta alla corruzione, ha causato un arresto cardiaco dell’economia che potrebbe erodere significativamente la sua popolarità. Nel 2017 ci saranno tre importantissimi appuntamenti elettorali per il partito di Modi che potrebbe voler mostrare i muscoli per cercare di recuperare la popolarità perduta. Dall’altra parte del confine, il nuovo comandante in capo dell’esercito pachistano – nominato in questi giorni – potrebbe assumere una linea dura per consolidare la propria posizione nei confronti dei falchi presenti nell’establishment militare. Intanto, nel Kashmir indiano – vero pomo della discordia tra i due paesi – è in corso un’insurrezione (parzialmente appoggiata e finanziata dai servizi segreti pachistani) che è già costata quasi cento morti. In questa situazione, la possibilità che le violazioni del cessate il fuoco si trasformino in operazioni militari su larga scala crescono di ora in ora.


[Numero: 57]