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“Dopo la crisi dei marò, ripartire dalla cultura: leggono Mazzini più di noi”

Tra i più attenti osservatori della realtà indiana, Antonio Armellini negli ultimi anni si è dedicato a spiegare, in articoli e interventi, quanto la crisi legata ai marò avesse radici profonde in una modalità di condurre i negoziati che affondava le radici nel cuore dell’India, oltre che negli errori inanellati dagli italiani.

Ambasciatore Armellini, la crisi Italia-India seguita alla vicenda dei marò si è conclusa dopo tre anni di scontri e negoziati. Intanto, qual è lo stato dell’arte e quali sviluppi si attendono?

«Tocca ora all’arbitrato internazionale confermare il nostro buon diritto. A Delhi la vicenda è stata vista a lungo come un problema di fatto secondario, ma ha avuto la sfortuna di incrociarsi con elezioni in cui il governo del Congresso di Sonia Gandhi, esposto al rischio di essere accusato di debolezze “italiane”, non poteva permettersi alcuna sbavatura. Il vincitore, Narendra Modi, ha ritenuto all’inizio pericoloso ignorare le pulsioni scioviniste del suo partito BJP e le cose si sono trascinate più di quanto si fosse immaginato. Il primo Ministro indiano è un pragmatico, sa che deve mettere molta acqua nel fuoco ideologico della sua proiezione esterna, per rafforzare l’immagine di un paese che sta rimuovendo incrostazioni e chiusure che gli hanno impedito sinora di aprirsi e di crescere come sarebbe indispensabile. Contano qui gli Stati Uniti, e ancor più conta la Cina, ma anche l’Europa ha il suo peso, e il contenzioso con l’Italia rappresenta un impedimento. E’ ragionevole pensare che il buonsenso negoziale prevarrà: l’Italia dovrà continuare ad esporre con calma le proprie ragioni ed entrambi dovranno stare attenti a non cadere nella trappola di provocazioni, che in India seguono logiche diverse dalle nostre. Gli arbitrati non sono noti per la loro fulmineità, e questo non lo sarà di certo: per una decisione ci vorranno ancora un paio d’anni».

Guardando al futuro invece, quali sono secondo lei i settori su cui può ripartire l’alleanza Italia-India?

«L’Italia ha una tradizione antica di rapporti, appannatasi nel tempo: in India tutti sanno che è grazie a Fiat, a Vespa e a Lambretta che hanno scoperto la mobilità, che la rivoluzione agricola indiana ha avuto una impronta italiana. Recuperare posizioni su un mercato che cresce più di quello cinese, significa superare l’immagine di un’Italia simpaticamente maestra di qualità della vita, ma politicamente poco rilevante. Puntando non solo sul lusso, che già oggi rappresenta l’aspirazione massima delle nuove borghesie urbane, ma su settori come l’elettromeccanico, l’infrastrutturale, l’agroalimentare e l’energetico. Per non parlare del turismo, che da qui a cinque anni esploderà anche verso l’Italia. Incidenti come quello delle tangenti sugli elicotteri Agusta-Westland non incidono più che tanto sulle possibilità di gruppi come Finmeccanica e Fincantieri. Fiat ha collezionato errori su errori, ma può contare su un “brand” tuttora fortissimo. La debolezza del “sistema Italia” sta nell’insufficienza delle dimensioni: il mercato indiano richiede spalle larghe e le nostre imprese dovrebbero imparare una volta per tutte a consorziarsi per avere più forza. Vecchio tormentone che anche altrove ci è costato caro. C’è poi un’altra arma: la cultura, molto negletta ma che può diventare un battistrada di influenza formidabile.Quanti penserebbero che Mazzini è ricordato – e letto – in India probabilmente più che in Italia?».

Qual è oggi la collocazione geopolitica dell’India, anche alla luce del recente risultato elettorale americano?

«L’India non è ancora una grande potenza mondiale, ma si comporta come se lo fosse, con un misto di arroganza e di senso di inferiorità che ne limita spesso gli spazi di manovra. L’affievolimento del pivot to Asia annunciato da Trump preoccupa, ma apre la porta a nuovi scenari, che passano innanzitutto attraverso il rapporto-scontro fra Delhi e Pechino per la definizione degli assetti geopolitici in un’Asia da cui gli Usa siano meno presenti. La Cina è una ossessione perenne, in cui il consolidamento delle relazioni commerciali si accompagna alla preoccupazione di accerchiamento a seguito di mosse come la “nuova via della seta”. Anche per questo si è andata affacciando con maggior forza oltre l’Oceano Indiano, stabilendo legami con i paesi del Sud Est asiatico e avviando una intesa politico-strategica con Giappone e Australia. Il Pakistan continua ad essere il nodo irrisolto e condiziona pesantemente le sue scelte, vuoi in relazione all’Afghanistan, vuoi all’ambizione di spingersi verso l’Iran e la penisola araba. L’Ue fatica ad essere percepita come un interlocutore credibile, e diverso rispetto ai singoli membri, da un’India che ragiona soprattutto in termini di rapporti di forza. La Russia è il partner storico e la relazione con Putin passa anche attraverso la comune appartenenza al Bric, ma Mosca non sembra destinata a ritornare centrale. Sin dai tempi di Nehru, è all’America che guarda l’India cercando una dimensione di partner e non di alleato, su cui si sono giocati negli anni molti equivoci e che ancora rappresenta, assieme alla Cina, il perno della sua visione internazionale».

(Intervista a cura di Francesca Sforza)


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