Corri India corri

Così il cerchio magico di Modi ha gettato il Paese nel caos

Ore di coda di fronte a bancomat protetti dalla polizia, nella speranza di riuscire a ottenere l’equivalente di qualche decina di euro, piccoli negozi che restano chiusi perché i loro clienti hanno le tasche vuote, malati che non possono farsi operare perché gli ospedali accettano solo contanti e loro non ne hanno più: è la vita quotidiana di un miliardo e trecentomila indiani da qualche settimana a questa parte. Il governo ha dato il via a un “taglio chirurgico” alla corruzione e all’economia in nero, togliendo da un giorno all’altro il valore a gran parte delle banconote in circolazione. Un’iniziativa tanto rivoluzionaria quanto rischiosa, il cui primo impatto è stato quello di aver fatto piombare la vita quotidiana degli indiani nel caos.

In effetti più che di un taglio chirurgico, termine caro al governo, si è trattato piuttosto di un attacco nucleare. Martedì 8 novembre, il Primo Ministro Narendra Modi ha annunciato alla televisione che le banconote da 500 e 1000 rupie (equivalenti circa a 7 e 14 euro) avrebbero perso il loro valore a partire dal giorno seguente. In altre parole, non potevano essere più utilizzate da nessuna parte, salvo qualche eccezione. Una decisione dalla portata colossale: le banconote annullate rappresentano circa l’86% del valore della moneta in circolazione, alimentano le fondamenta delle transazioni commerciali in un’economia che si basa sui contanti e costituiscono spesso il metodo di risparmio più comune per la popolazione che non possiede un conto bancario.

Ovviamente, queste vecchie banconote non sono andate perdute. La popolazione è stata invitata a versarle agli sportelli bancari in cambio delle nuove banconote da 500 e 2000 rupie, messe progressivamente in circolazione. Ma con forti limitazioni: non più di 4.000 rupie (55 euro) possono essere cambiate in denaro liquido. Il resto deve essere depositato su un conto corrente. E i prelievi dai bancomat sono limitati a 2000 rupie.

Questi depositi saranno messi sotto l’occhio vigile del fisco indiano. Per quelli oltre le 3.400 rupie, sarà necessario dimostrare l’origine del denaro. Senza giustificazioni chiare, saranno considerati reddito sottratto al fisco e tassati con sanzioni rincarate del 200%, cosa che potrebbe far sparire la maggior parte della somma. I versamenti inferiori a questa cifra in teoria sono liberi, ma le autorità hanno precisato che anche le più piccole somme versate sui conti bancari semplificati di cui dispongono gli indiani più poveri saranno messe sotto scrutinio, in caso le persone depositino denaro che non gli appartenga.

E i responsabili governativi hanno moltiplicato le minacce: il direttore dei servizi fiscali ha dichiarato che «tutte le transazioni saranno monitorate». Poiché i contadini sono esonerati dalle tasse sui loro guadagni, potranno depositarli «senza problemi» tranne se «le somme in questione non saranno proporzionate alla redditività delle loro terre». Una nozione di una vaghezza sufficiente ad angosciare i contadini in questione.

Al fine di mantenere l’indispensabile riserbo, questa iniziativa radicale è stata elaborata da un gruppo estremamente ristretto attorno al Primo ministro, al ministro delle Finanze e al governatore della banca centrale RBI. E per questa ragione, non si è riusciti a realizzare nessun preparativo concreto in anticipo. Risultato: tutti i distributori di banconote del paese, che sono inizialmente restati inattivi per due o tre giorni, dovranno essere riconfigurati manualmente affinché possano accettare le nuove banconote da 500 e 2000 rupie.

Nel frattempo, possono solo erogare banconote da 100 rupie (1,40 euro), il taglio più grande tra quelli ancora legali. E si ritrovano subito vuoti due o tre ore dopo essere stati riempiti... Gli annunci ufficiali parlavano di «qualche giorno» per assicurare un ritorno alla normalità nella distribuzione delle banconote alla popolazione. Il ministro delle Finanze Arun Jaitley parla ora di «due o tre settimane», mentre il Primo Ministro chiede ai suoi concittadini di accordargli «cinquanta giorni, fino alla fine dell’anno» per risolvere i problemi.

Per rispondere alle necessità immediate della popolazione, il governo ha previsto qualche eccezione alla smonetizzazione dei vecchi tagli: inizialmente dovevano restare validi per tre giorni negli ospedali pubblici, nelle stazioni, per gli autobus, nelle cooperative e per i distributori di latte pubblico. Una estensione di validità che è già stata prolungata diverse volte, vista l’ampiezza della crisi di liquidità provocata dall’operazione.

Per spiegare questa iniziativa senza precedenti, Narendra Modi ha addotto come motivazioni la necessità di eliminare le grandi quantità di banconote false in circolazione, di cui si nutrono i finanziamenti al terrorismo islamico, e la sua volontà di sradicare il flagello dell’economia nera e della corruzione che colpisce la società indiana. Proprio quest’ultimo obiettivo figurava tra le principali promesse elettorali del 2014, che hanno portato al potere questo rappresentante del partito nazionalista Hindu BJP.

L’equazione «corruzione = denaro contante» è dunque all’origine della smonetizzazione delle banconote di grosso taglio. Con un obiettivo semplice: privare i corrotti delle loro riserve cash.

Il problema è che la prevalenza del contante nella corruzione non è che una delle manifestazioni della sua onnipresenza nella vita quotidiana. È in un caffè di un quartiere pieno di negozi a Delhi, che due uomini contano alla vista di tutti pile e pile di banconote dal valore di migliaia di euro, una fortuna per la maggioranza degli indiani. Sono innumerevoli i negozi di alimentari o altro genere che non conoscono altro metodo di pagamento. I distributori di gas e elettricità si pagano lasciando banconote ai loro sportelli. O ancora i camionisti attraversano il paese portando con sé 30 o 40 mila rupie per pagare benzina, pedaggi autostradali o tasse al passaggio di frontiera tra gli Stati della federazione.

Perfino i settori di punta dell’economia, come i siti di e-commerce non sfuggono al fenomeno: la maggior parte delle vendite di Amazon India e dei suoi omologhi nazionali si fa attraverso contanti al momento della consegna. A un livello ancor più generalizzato, circa il 90% degli indiani riceve il proprio salario in contanti.

Complessivamente, si stima che meno del 10% degli indiani lavori nell’economia “formale”, ovvero l’amministrazione, le grandi imprese, etc. Tutti gli altri, commercianti, artigiani, agricoltori, impiegati delle piccole e medie imprese, lavorano nell’informale, il che non vuol dire che esercitino attività illegali. Semplicemente, transazioni e pagamenti sono in denaro contante, senza registrazione ufficiale e senza essere soggette a tasse. Secondo l’agenzia di rating Crisil, del gruppo Standard & Poors, l’economia informale rappresenterebbe un quarto del Pil indiano, ovvero circa 450 miliardi di euro, e l’86% del valore complessivo delle transazioni di consumatori avverrebbe in contanti.

L’utilizzo del cash si spinge molto in là. Negli acquisti di appartamenti a Delhi la norma è «pagare dal 20 al 30% del prezzo in contante - perché così è possibile - ridurre le tasse», spiega il professor Balveer Arora, politologo ed ex rettore dell’Università Nehru. Per un appartamento medio, ciò può voler dire pagare diverse decine di migliaia di euro in contanti. Se l’acquirente non ha risorse dirette in denaro contante perché lavora nell’economia formale «deve convertire i suoi soldi: ritira contante dalla sua banca poco a poco» fino a disporre della somma necessaria. L’operazione è ovviamente assai più complicata per i beni immobili molto costosi (numerosi immobili nella capitale si vendono per milioni di euro) ma, come dice il professor Arora, «chi se li può permettere è chi ha già un accesso diretto al contante».

Questo esempio dimostra un aspetto fondamentale: non c’è confine netto tra denaro pulito e denaro in nero, tutt’altro. Nelle imprese il pagamento di mazzette è senza sosta. Un tal uomo d’affari racconta come ha dovuto pagare gli ispettori municipali di Delhi che rifiutavano di rilasciargli il certificato di conformità per i suoi locali anche se ristrutturati, tal altro come si è visto domandare una valigetta di banconote per il ministro di uno Stato del Sud dopo l’acquisto di un terreno.

Il risultato è che paradossalmente «Le persone che vivono ai limiti della classe media - ovvero delle persone povere ma non in povertà assoluta - hanno in effetti grandi riserve di denaro contante, ancor più della classe media stessa», sottolinea R. Jagannathan sul sito Firspost. Tutte queste persone, che da anni mettono da parte una a una banconote da 500 rupie e si ritrovano ora con una cifra piuttosto rilevante «non possono giustificarne l’origine» quando vanno a depositarla in banca, nota Balveer Arora, e sono molto preoccupati dal processo in corso. Rimettendo brutalmente in discussione un pilastro dell’economia e della società indiana, il governo ha scoperchiato il vaso di Pandora.

(Traduzione di Laura Aguzzi)

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI


[Numero: 57]