La libertà è partecipazionew

Militanti convertiti in tifosi: è la politica spettacolo

C’è un nesso tra spettacolarizzazione della politica e astensionismo? La mediatizzazione e le sue evoluzioni nell’infotainment e nel politainment hanno delle relazioni con la scelta di non andare a votare?

Quesiti da un milione di dollari (o di euro) su cui gli studiosi dei media e i sociologi della comunicazione contemporanei si arrovellano da decenni, e che risultano particolarmente rilevanti all’interno delle nostre democrazie dell’audience media-centriche (“videocrazie” imperniate sulla televisione, ma anche sistemi politici in cui Internet e i social network giocano un ruolo tutt’altro che secondario).

Il filone maggioritario di studi sui mezzi di comunicazione di massa, inizialmente e per parecchio tempo, si orientò verso un giudizio assai severo – quando non implacabile – a proposito dei loro effetti sulla comprensione dei meccanismi della politica e sulla partecipazione alla vita pubblica da parte di coloro che vi erano “esposti”. Si tratta delle varie (e diverse) teorie critiche novecentesche sui media e l’industria culturale, che ebbero una roccaforte nella Scuola di Francoforte e negli orientamenti che insistevano sulla posizione di isolamento e alienazione dell’individuo all’interno della società di massa: una condizione che lo predisponeva al “bombardamento” mediatico e lo rendeva molto debole nei confronti dei messaggi diffusi da una comunicazione che riesce così a persuaderlo e manipolarlo con facilità (il modello negativo dell’uomo “eterodiretto”, la monade conformista che compone la “folla solitaria” descritta dal sociologo David Riesman nel suo omonimo libro pubblicato negli Stati Uniti nel 1950). Gli individui, in buona sostanza, come bersagli isolati e indifesi dai “proiettili” scagliati dai media – e, difatti, questo insieme di posizioni venne etichettato come “teoria ipodermica” (espressione ispirata all’ago ipodermico) o, giustappunto, “teoria del proiettile”, i due nomi fantasiosi (e “creativi”) che utilizzavano i primi massmediologi americani degli anni ’40 e ’50. A questo approccio si può ricondurre anche la cosiddetta “teoria della coltivazione” della Annenberg School of Communication dell’Università della Pennsylvania, capitanata da George Gerbner (1919-2005), che attribuiva alla televisione una vera e propria egemonia sul pensiero collettivo, in quanto capace di “coltivare” col tempo il proprio pubblico che finiva per abbracciare la visione del mondo veicolata dal piccolo schermo. Proprio Gerbner, tra gli anni Sessanta e i Settanta, sviluppò la dottrina nota come la “sindrome del mondo cattivo (o crudele)”: tra guerra del Vietnam, crisi petrolifere, scandalo del Watergate e reportage televisivi continui sulle impennate di criminalità, la rappresentazione da parte dei media della situazione generale in termini negativi e ansiogeni e della politica come terreno di malaffare e corruzione lontano da ogni ideale avrebbe generato una sensazione diffusa di sfiducia e prodotto un crescente allontanamento dalle urne dei cittadini-elettori. La tv, insomma, come “cattiva maestra”: una tesi condivisa, in tempi e con approdi differenti, dal filosofo liberale Karl Popper, dallo scienziato politico Giovanni Sartori e dal sociologo goscista Pierre Bourdieu.

Vista con gli occhi di oggi la dottrina ipodermica propone una spiegazione troppo riduttiva e meccanicistica del rapporto tra i media e il loro pubblico (che, in verità, è composto da qualche tempo a questa parte da una pluralità di pubblici non omogenei). Ma il ragionamento critico può venire tranquillamente applicato alla discussione politica odierna “militarmente occupata” da toni violentissimi e da una rincorsa senza fine all’insulto (e alla delegittimazione dell’avversario). Il punto è che le parole sono importanti; e se è vero che il dominio del linguaggio si rivela, da sempre, fondamentale in politica per dettare i temi e fare l’agenda, possiamo pensare che la radicalizzazione e la violenza verbale siano verosimilmente (e malauguratamente) dei catalizzatori di consensi volti a convertire quelli che nel passato erano “i militanti” in altrettanti “tifosi”. E, appunto, non certo dei fermenti per incrementare la partecipazione elettorale e la mobilitazione civica, visto che indeboliscono il capitale sociale e allontanano numerose persone dalla prospettiva dell’impegno politico.


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