La libertà è partecipazione

Il primo a vincere fu Barabba

Siccome il referendum è manicheo – o sì o no, le sfumature non sono conteggiate – ogni referendum serve per dividere i buoni dai cattivi, e spettacolarmente: Silvio Berlusconi accusato dieci anni fa, ai tempi della sua riforma istituzionale, di tentata reintroduzione di norme fasciste, oggi è il Silvio Berlusconi che accusa Matteo Renzi del medesimo reato. Ci si scambia il ruolo con la leggerezza con cui il giocatore di poker cambia sedia alla ricerca della fortuna, e su questi due referendum costituzionali – del 2016 e del 2006 – si potrebbero scrivere trattati a chili, per il meraviglioso e spudorato ribaltamento di posizioni. Con una costante, quella di Renato Brunetta, titolare di un’apprezzabile schiettezza che gli faceva sostenere la necessità di votare sì alla riforma del centrodestra «per indebolire il governo di Prodi» e gli fa sostenere oggi la necessità di votare no alla riforma del centrosinistra «per cacciare il governo Renzi». Insomma, c’è sempre un altro motivo, persino se si tratta di una questione sacra come la carta costituzionale. E la cosa forse non dovrebbe stupire perché, siccome il referendum è la sublimazione della politica, in ballo ci sono tutte le conseguenze, lecite e illecite. Nel referendum del 1974 sul divorzio – un evento, perché fu il primo abrogativo della storia repubblicana – Amintore Fanfani contava di stravincere e di bloccare l’avanzata del Partito comunista, che invece continuò ad avanzare, così come undici anni più tardi, nel 1985, è Enrico Berlinguer a combattere Bettino Craxi per via referendaria, sulla Scala mobile; è persuaso di spuntarla, e che Craxi sia dichiarato nemico del proletariato e traditore della sinistra, ma è un calcolo di straordinaria miopia in un mondo profondamente immerso nelle esperienze di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Sembra una ruota, vero? E infatti lo stesso sprofondo è, nel 1991, proprio di Craxi: la consultazione è per l’introduzione del sistema maggioritario alle elezioni politiche, e Craxi invita tutti ad andare al mare, un bella giornata di spiaggia contro un inutile passaggio alle urne. Non è la questione in sé che interessa al leader socialista, bensì il risultato puramente politico, la conservazione del proporzionale che aveva consegnato al Psi un ruolo ben al di sopra dei risultati elettorali.

Non c’è leader che non abbia provato a ricavare vantaggi di parte dai referendum, e nessuno ha mai sospettato che è difficilissimo fare un uso politico dei referendum, molto più probabile che siano i referendum a preannunciare le stagioni politiche. Con le dovute eccezioni: i partiti hanno rivisto come potevano i referendum sul finanziamento pubblico dei partiti, per garantirsi gli introiti necessari alla sopravvivenza, e non hanno colto, o valutato con sufficiente precisione, che i vari referendum sui finanziamenti ai partiti, quelli soltanto annunciati e quelli svolti, segnavano la montante rabbia verso la partitocrazia o, ancora di più, verso il sistema istituzionale. Tanto è vero che si possono tenere consultazioni sulle trivelle o sull’acqua pubblica o sulla cancellazione del ministero dell’Agricoltura o su qualsiasi altro laterale risvolto delle nostre vite, additando i contrari come servi delle lobby o delle multinazionali, qualche cosa che in sé non vuol dire niente, ma fa molta scena. I cattivi sono inquadrati, talvolta con successo talvolta no, da sedicenti buoni. È un criterio che si abbandona da che referendum è referendum, e almeno dal giorno in cui lo vinse Barabba.


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