La libertà è partecipazione

I social assecondano le opinioni ma non le determinano

Cambiare la nostra immagine profilo su Facebook con una bandiera arcobaleno, utilizzare applicazioni a sostegno di cause, condividere online immagini di protesta politica o utilizzare un #hashtag per dire la nostra sul referendum sono forme di partecipazione politica? E in che modo il chiacchiericcio continuo sui social media in concomitanza di occasioni elettorali orienta il nostro voto?

Dare risposta a queste domande significa tenere conto di un cambiamento strutturale e culturale del rapporto tra politica e cittadini in un’era di connessione mediale e di come sia mutato il senso della partecipazione.

Sul primo versante ci troviamo oggi all’interno di un contesto mutato per la democrazia nel quale, da una parte, gli attori della politica si rivolgono attraverso i media in modi sempre più immediati ai cittadini superando le forme di mediazione rappresentativa tradizionale e, dall’altro, sempre più cittadini sperimentano logiche di disintermediazione in modalità anche comunitaria ed organizzata, portando la loro voce al centro dell’arena politica. Il tutto all’interno di un contesto mediale ibrido in cui tra mainstream e non mainstream non troviamo soluzione di continuità se pensiamo a come le conversazioni online siano molto spesso orientate dal dibattito mediale offline o se consideriamo che nella dieta informativa gli italiani non rifiutano i media tradizionali né si fidano unicamente dei nuovi. Eppure qualcosa sta cambiando in modo significativo se pensiamo che tra i mezzi d’informazione più utilizzati tra i giovani, 14-29 anni, troviamo i TG al 45.7% e Facebook al 58.5% (dati Censis).

Sul secondo versante dobbiamo considerare come oggi la dimensione partecipativa e il nostro impegno “politico” assuma una natura sempre più granulare, andando a toccare momenti di vita diversi, come ad esempio quello dei consumi. Se teniamo conto della saturazione dei tempi di vita quotidiani allora anche la granularità dell’engagement digitale assume una funzione nel mantenere alta la consapevolezza su determinati temi in modo sì frammentato ma continuativo. D’altra parte l’attenzione partecipativa che abbiamo online non è isolata ma influenza le nostre attitudini politiche e i comportamenti negli spazi sia online che offline.

In questo senso occorre capire quali siano i confini di una nuova sfera pubblica in relazione alle possibilità espressive e di propagazione dei media con particolare attenzione a quelli digitali. Ma se è vero che Internet e i social media forniscono un nuovo spazio pubblico, non necessariamente costituiscono sfera pubblica; piuttosto si produce una tensione tra “pubblico” e “privato”, si genera uno spazio di continua negoziazione di cosa considerare privato e cosa pubblico nella vita pubblica.

È lungo questa “tensione” che si sviluppano i toni del dibattito in occasione di voto, in un ambiente in cui relazioni sociali dirette – quelle con friend e follower – si miscelano con attori istituzionali – partiti politici, comitati, testate editoriali – e pratiche di marketing politico che con-fondono le conversazioni nelle timeline con forme di comunicazione elettorale. Finiamo così per incontrare contenuti indistinti tra argomentazioni raffinate, post denigratori, memi ironici, immagini che insultano la controparte, infografiche informative e hashtag di linciaggio mediale.

Abbiamo sempre avuto molte fonti informative diverse ma oggi i social media sembrano diventare centrali nel costruire il frame della nostra conversazione politica. Sarà per questo che ci troviamo in un’era in cui la propaganda è diventata computazionale e fa uso dei Big Data per manipolare l’opinione pubblica sui social media, profilando ad esempio in modi sempre più precisi i pubblici ed esponendoli a specifici contenuti adatti nel toccare le loro sensibilità. Come nella campagna su Facebook ed Instagram nell’ultima settimana prima del voto che Donald Trump ha rivolto ad afro americani e giovani donne per scoraggiarli dall’andare a votare Hillary Clinton e che utilizzava i dati di profilazione contenuti nel database Progetto Alamo, contenente identità dettagliate di 220 milioni di persone.

A questo occorre aggiungere che dal punto di vista strutturale le piattaforme sociali assecondano, sia per come costruiscono le nostre reti sociali che con i loro algoritmi sulla visibilità dei contenuti, una dimensione omofilica in cui “frequentiamo” persone e pensieri affini ai nostri che rinforzano le nostre convinzioni e, per le dinamiche di networking, velocizzano in modi pervasivi la propagazione di contenuti anche controversi.

Niente di nuovo, si tratta di dinamiche che esistono già con stampa e televisione e che nei social media trovano un ulteriore terreno di espansione e che necessitano di nuovi anticorpi culturali che passano dall’educazione e dall’interiorizzare un piglio critico che un continuo dibattito pubblico su questi temi può favorire.

Le piattaforme assecondano ma non determinano. Nella nostra partecipazione granulare nei social media siamo infatti noi a condividere contenuti controversi e a rilanciare memi offensivi; siamo noi ad accontentarci di vivere nelle nostre bolle o a cercare di portare varietà informativa dentro le nostre timeline; siamo noi a decidere la qualità della nostra presenza online e a poter costruire, collettivamente, filtri alla tossicità ambientale; siamo noi, in quanto risorsa prima per l’economia delle diverse piattaforme (Google, Facebook, Twitter, ecc.), a determinarne la loro prosperità e quindi a poter incidere sulle loro politiche richiamandole alla loro responsabilità morale.


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