La libertà è partecipazione

Chi non va a votare non ha il diritto di contestare

I referendum al posto delle elezioni. Da una parte, Renzi cerca con questo strumento di partecipazione politica quella legittimità del suo governo che non è stata proclamata da un voto dei cittadini. Dall’altra, le opposizioni non riuscendo a battere l’esecutivo in Parlamento, pensano di sconfiggerlo con un ”no” alla riforma costituzionale.

Professor D’Alimonte, assistiamo al tramonto della democrazia rappresentativa per l’affermarsi della “democrazia del pubblico”, come l’ha definita suggestivamente il politologo francese Bernard Manin?

No. La democrazia rappresentativa non è ancora finita e sostituita da quella diretta. Anche perchè non vedo, oggi, come si possa realizzare un sistema di democrazia diretta a livello di massa. È vero, però, che sta cambiando e deve trovare il modo di adattarsi a un ambiente che è stato profondamente influenzato dai nuovi modelli di comunicazione. Ci stiamo evolvendo verso un sistema in cui la democrazia rappresentativa dovrà coesistere, in forme che ancora sono poco chiare, con dosi sempre maggiori di democrazia diretta. Penso non solo ai referendum, ma anche ai social media. Insomma, non vedo una fine di questo modello, vedo una sua trasformazione, una coesistenza con altre forme di partecipazione politica.

Queste nuove forme di partecipazione politica, però, quale garanzie offrono di essere veramente democratiche, cioè di rispettare la volontà della maggioranza? Per esempio, un referendum senza un quorum, come questo sulla riforma costituzionale, non corre tale rischio?

I referendum senza quorum sono adottati in tutte le parti del mondo perchè seguono un corretto principio: io ti dò il diritto di votare, se tu non ne usufruisci, non hai il diritto di contestarne l’esito. Il quorum crea una distorsione a tale principio. Io, però, su questo argomento userei un criterio empirico, perchè ammetto che, su alcune questioni, sia giusto che ci sia un quorum. Ma sulla riforma costituzionale non deve essere previsto: se non voti, vuol dire che l’argomento non ti interessa e, quindi, non ti interessa il risultato.

La democrazia rappresentativa, però, era fondata sulla presenza di grandi partiti di massa, sulla forza delle rappresentanze sociali e anche sul potere di influenza dei giornali sull’opinione pubblica. Condizioni che sembrano sparite o in rapido declino.

Si tratta di un adattamento della democrazia rappresentativa a un nuovo contesto in cui assistiamo alla tendenza di una partecipazione pubblica diretta, appunto come dice Manin, alle vicende politiche. È la democrazia del leader, un leader che scavalca i corpi intermedi e cerca un rapporto diretto con le masse. Siamo sempre nel quadro di una democrazia rappresentativa, ma la delega non va più al partito, va al leader e questa tendenza si confà proprio agli sviluppi dei nuovi media. Come ha dimostrato, prima, la vittoria di Obama e, ora, quella di Trump. Del resto, non bisogna andare negli Stati Uniti per capire questo fenomeno. Renzi è riuscito a vincere le primarie per il sindaco di Firenze, il suo vero trampolino di lancio, proprio con il concorso determinante dei social media.

Anche questi strumenti, però, possono ledere il principio democratico, perchè creano una discriminazione partecipativa dei cittadini, tra chi li usa e chi no.

Sì, in questa fase, il potere dei social produce gravi asimmetrie, secondo la penetrazione di Internet, secondo le generazioni, secondo la cultura informatica...

Così, non si lede il principio che ogni persona abbia diritto a un voto?

No, questo principio è sempre valido, ma l’influenza politica non si esercita solo con il voto, ma anche con altri strumenti e, in questo caso, è vero che ha più influenza chi utilizza strumenti nuovi, come i social. D’altra parte, le asimmetrie, chiamiamole così, nella democrazia rappresentativa sono anche altre, pensi al ruolo dei soldi in quella americana. Forse in Europa il fattore finanziario è più ridotto, ma negli Stati Uniti ha un peso enorme. Non si può stabilire una equazione diretta, “più soldi, più voti”, ma ci siamo molto vicini.

Nella democrazia rappresentativa classica, la credibilità della classe politica si formava con una competenza professionale che partiva da una carriera cominciata nei consigli comunali, poi negli assessorati, poi in Parlamento e, infine, magari al governo nazionale. Ora questa serie di esperienze con conta più. Non è un male per la qualità della nostra democrazia?

È il naturale sviluppo della democrazia del leader. Come al solito, sono stati gli Stati Uniti ad anticipare il fenomeno rispetto all’Europa. La competenza, oggi, passa solo attraverso il leader mentre una volta si attribuiva a chi aveva avuto esperienze nel partito, prima in sede locale, poi in quella nazionale. La squadra la fa il leader in questa fase di sempre maggiore personalizzazione della politica e le competenze vengono caricate dall’alto e non vengono più maturate dal basso. È vero che c’è il rischio che il leader si contorni non di esperti, ma di amici. Una tendenza di cui, ad esempio, viene accusato lo stesso Renzi.

Per una democrazia di qualità conta, però, anche una opinione pubblica ben informata. Una volta i partiti, i sindacati, le associazioni di categoria, i giornali contribuivano a renderla tale. Ora l’imbarbarimento del dibattito pubblico, costruito sul modello della comunicazione dei social, non indebolisce gravemente quel controllo dell’opinione pubblica sul potere che è essenziale perchè si possa parlare di una vera democrazia?

Sì, se non c’è un controllo di un’opinione pubblica consapevole, la democrazia scade. Ma siamo in una fase di transizione, una fase confusa dove non si vede l’approdo finale. Dobbiamo inventarci strumenti diversi, organizzazioni di consenso diverse, perchè i vecchi partiti non torneranno più. Erano legati a condizioni storiche passate, non solo a ideologie scomparse, ma a strutture sociali ed economiche che vanno estinguendosi. Così come le stesse strutture di comunicazione. Ricordiamoci che il declino dei partiti di massa è cominciato dalla televisione per finire a Internet che li ha completamente distrutti.

Anche il ruolo dei giornali, nella formazione di un’opinione pubblica cosciente e critica, è destinato a finire?

No, non credo, anche se molti ne decretano il de profundis con troppa superficialità. È vero che devono reinventarsi un ruolo, assieme a un nuovo modello di business. La confusione delle notizie, le falsità che dilagano, l’ignoranza che aumenta richiedono proprio punti di riferimento credibili, autorevoli, che mettano ordine nel caos informativo. Ecco perchè i giornali non possono morire e non moriranno.


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