La bella scuola

La cicuta dell’innovazione

Negli ultimi avvolgenti tepori d’ottobre, ancor madido degli estivi sudori spremuti sulle disperatissime latine e matematiche carte, mio nipote Richi e i suoi colleghi di IV Liceo si sono visti recapitare dalla professoressa di filosofia, nel suo primo, augurale giorno di buona scuola, una bella pallina di plastilina cadauno con la consegna di plasmare con essa ciò che ciascuno riteneva potesse rappresentarlo. Vedi te la furbona.

Non credo che mio nipote vivrà mai abbastanza, e abbastanza intensamente, per riprendersi del tutto dal trauma di quella palla di cannone scagliata contro l’adolescente incertezza di sé; forse qualcuno tra i suoi colleghi ci riuscirà, ma saranno solo i più forti. Alla conclusione dell’esercizio Richi ha consegnato alla sagace insegnante un cancro.

Così mi ha detto, pensa e ripensa, maneggia e massaggia, ha ritenuto di poter far contenta la profe rappresentandosi attraverso il suo segno zodiacale, che è il cancro appunto. Non so immaginare come abbia realizzato il manufatto cancresco, se ricordo bene è rappresentato nelle forme di un granchio, ma ho visto con i miei occhi partire per la scuola un adolescente mediamente brufoloso e tornare a casa un informe groviglio di angoscia esistenziale. Socrate, quello, ci avrebbe messo vent’anni di maieutiche conversazioni prima di chiedere a un suo allievo di trovare il modo di descriversi, ma assai probabilmente si sarebbe astenuto dal farlo, conosci te stesso è una pratica che va per le lunghe, oltre la stessa esistenza in vita in gran parte dei casi umani, e con tutta la leggendaria manualità socratiana, non è faccenda che potesse pensare di sistemare con una pallina di pongo.

Come ebbe egli stesso a confidare ai suoi discepoli nell’ora suprema della cicuta, peggio di un insegnante ignorante e lavativo ci può esserne solo uno di vasti interessi e metodi innovativi.


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