La bella scuola

Investire in nidi e materne: tra 0 e 6 anni ci giochiamo tutto

Giocando si impara. Era il titolo di un gioco della mia infanzia che mirava a “far imparare” i bambini senza che se ne accorgessero. Come se imparare fosse qualcosa di noioso, difficile, estraneo a un bambino o a una bambina nei primi anni. Invece tra 0 e 6 anni tutto si impara, naturalmente e spontaneamente: tutto quello che la famiglia, l’ambiente, il contesto sociale, la cultura nella quale sono immersi offre ai piccoli. In questo periodo breve rispetto alla durata della vita, ma vissuto come intensissimo e lunghissimo dai bambini e dalle bambine si impara a conoscere e a controllare il proprio corpo, a distinguere, a perseguire e a manifestare benessere e malessere, a muoversi liberamente nell’ambiente, a riconoscere gli altri , a distinguerli da sé e a sapere chi siamo (identità), a modulare gli scambi e la comunicazione con interlocutori diversi, a immaginarsi che cosa pensano e che cosa provano (teoria della mente ed empatia), a fare da sé regolando i propri gesti e le proprie emozioni (autonomia), a esplorare con tutti i sensi e a formulare ipotesi sul mondo, a sviluppare interesse e responsabilità verso la natura e i viventi, ad acquisire le regole fondamentali e i valori delle culture e dei contesti nei quali si vive (inculturazione), ad esprimersi in diversi linguaggi e potenzialmente in più lingue, a stare insieme in una comunità che ha regole esplicite e implicite (cittadinanza).

Se i bambini hanno intorno a sé un ambiente fisico e sociale “sufficientemente buono” come diceva Winnicott, il grande pediatra e psicologo descrivendo la qualità essenziale di una madre, tutto questo avviene gioiosamente, con vitalità ed energia . Non c’è bisogno di nulla di straordinario o di stravagante perché questo avvenga : semplicemente di cura e di educazione, in ambienti “buoni” e dunque equilibrati (spazi per il riposo, spazi all’aperto) e anche “belli” vale a dire curati esteticamente, essenziali, senza lussi, pensati per i bambini e le bambine con gusto e dunque cultura; c’è bisogno di educatrici/educatori e insegnanti preparati e riconosciuti come autorevoli e importanti.

Osservare i bambini e le bambine che giocano, esplorano e apprendono nei nidi e nelle scuole d’infanzia è vedere in atto quelle soft skills (o competenze morbide ) delle quali tanto si parla nel mondo del lavoro e da qualche anno nella scuola: esplorano con curiosità, si pongono domande, lavorano in gruppo, fanno squadra, trasferiscono apprendimenti, si adattano ai contesti con flessibilità, esprimono soluzioni innovative, incontrano problemi difficili e li esplorano come problemi curiosi e sfide interessanti (ad esempio una nuova lingua).

Oggi questa consapevolezza è diffusa in tutti i paesi nei quali esistono sistemi formativi consolidati e tutti sanno che offrire cure ed esperienze adeguate ai piccoli non solo significa rispondere al loro diritto di sviluppare il proprio potenziale, ma è strategico per la società. Le politiche educative mettono in rilievo l’importanza dell’ECEC ( Early Childhood Education and Care), acronimo che riconosce come cura e formazione siano inscindibili. Non ci si chiede più se l’esperienza al nido o alla scuola dell’infanzia faccia bene o faccia male, ma quale deve esserne la qualità e come investire per renderla disponibile a tutti e sostenibile.

Le ricerche più recenti ci dicono che la qualità processuale, vale a dire le relazioni, lo stile degli scambi tra bambini e tra bambini e insegnanti, le esperienze sociali e cognitive rese possibili da ambienti e spazi pensati e da professionisti preparati, i legami forti tra servizi e e territorio, la corresponsabilità e partecipazione delle famiglie sono altrettanto e talora più importanti della qualità strutturale (rapporto numerico adulto/bambini, materiali, arredi..). Investire nelle risorse dei bambini e degli adulti è dunque la priorità.

I luoghi di infanzia sono luoghi di incontro, di tempi distesi, di scambio di esperienze per i piccoli e per i grandi, prima esperienza di comunità. Luoghi nei quali l’incontro con le diversità è normale, possibile, naturale, nei quali è possibile riconoscersi. Per i bambini e le bambine tutto è nuovo, tutto è possibile tutto può generare grandi idee e grandi esperienze. Nulla, potenzialmente è “straniero”, tutto può diventare cultura. Avere queste esperienze è un diritto. Insegnare e apprendere si può – con un po’ più di fatica – anche più tardi. Ma per aprire uno sguardo curioso, sereno, attivo e fiducioso sul mondo e le sue sfide forse nei primi anni davvero ci giochiamo tutto.


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